Animazione

UP (2009)

Titolo OriginaleUp
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2009
Durata96'
Sceneggiatura
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Una casa trascinata da una moltitudine di palloncini se ne va, libera, verso l’avventura.

RECENSIONI

UP

Il vecchio burbero Carl trasforma la sua casetta in un magico veliero [1]  e decide di evadere, di raggiungere la sua isola che non c’è , un piccolo mondo fantastico, incontaminato, lontano dallo schiacciante peso della modernità. Nel realizzare il sogno nel cassetto che lo ha legato per un’intera vita con Ellie, rielaborerà il lutto collocandolo al giusto posto, addomesticherà la sua natura da misantropo incallito riscoprendo la vitalità (emotiva e fisica) di un bambino, troverà in Russell quel figlio mancato (guarda caso tra le nuvole, un richiamo al corto iniziale Partly Cloudy), scoprirà come l’avventura sia la giusta medicina per liberarsi dalle ossessioni del passato (di cui è invece prigioniero il suo idolo/antagonista Muntz) e per aprirsi all’altro [2], un’esperienza personale e irripetibile da vivere sul campo, lontana da emulazioni o etichette (l’eroe d’infanzia per Carl e la collezione di spille-del-perfetto-scout per Russell), ma, allo stesso tempo, tollerante nel ristabilire gli equilibri e nel cancellare le differenze. E qui arriva Kevin, il vero oggetto del desiderio. Oltre ad innescare le peripezie action , lima i contrasti tra Carl e Russell, incentivandone, dopo il più che collaudato processo di formazione, l’unione. E’ la complementarietà tra il vecchio e il nuovo, il primo liberato da quella grigia patina nostalgica, il secondo dalla sua stortura ipertecnologica (i cani rincorreranno sempre una palla anche se muniti di un collare-traduttore). Uno struzzo al technicolor rende bene l’idea (Kevin è un rapace preistorico con un piumaggio virato in HD).

DOWN…

Adesso che ho stilato le principali ed edificanti tematiche, mi distanzio leggermente dallo stupore generalizzato.
UP! parte da un’idea illuminante, si poggia su delle premesse solidissime ( il segmento della storia tra Carl ed Ellie) e delinea un protagonista di grande spessore, incredibilmente definito.
Quest’ultimo fattore è una vera e propria forza centripeta e a lungo andare assorbe la storia, le dà un che di accessorio. Ciò che mi convince di meno è proprio la componente avventurosa, in questo scontro fin troppo regolare (e commestibile) con il folle Muntz. Tralasciando l’esercito di cani (oltre a natura strumentalizzata vs natura libera, emerge una leggera parodia a certi caratteri di certo cinema d’animazione) e l’inevitabile intrattenimento dell’azione (sia una questione di omaggio al genere, sia un contentino per tutti), quello che manca è un contrasto credibile tra il protagonista e l’antagonista. L’incontro con il suo mito infantile più che una vera e propria disillusione diventa un mero pretesto per far sbizzarrire il 3d. Rimane una figurina bidimensionale (non voglio collegare la cosa alla sua venerazione “filmica” per evitare cortocircuiti mentali) che stona enormemente con l’emozionante intensità della parte precedente. A dire il vero anche il rapporto tra Carl e Russell non convince fino in fondo, lasciando il bimbo in connotati un po’ macchiettistici (i problemi famigliari sanno di forzata assonanza). La grande presenza del vecchietto si adagia così su un’avventura che più che una liberazione, assomiglia ad un sempliciotto intrattenimento. Quando la poesia profuma necessariamente (?) di pop corn. E se invece tutto questo volesse dire: Carl, ma prendila alla leggera!!!

[1] Il volo liberatorio sulla città rimanda alla magia del cinema. (La gente si accorge che la casetta sta passando grazie ai suoi riflessi.).

[2] UP! è esplicitamente giocato sul progressivo dialogo che si instaura tra il dentro (l’intimità ferita di Carl, premurosamente riservato nel manifestare la propria sofferenza) e l’esterno (il mondo fantastico). I virtuosi movimenti di camera delle riprese aeree che stimolano le potenzialità del 3d, si sostituiscono alle inquadrature fisse, claustrofobiche nella casa.

Il vero colpaccio Pixar, dopo anni di vivacchìo, lo piazzano Docter e Petersen. Col senno (e la re-visione) di poi, Wall-E era film riuscito letteralmente a metà, con una seconda parte che sbugiardava la prima. Up è (molto vicino ad essere) il massimo che ci si può aspettare qui e oggi da un “cartone animato”. C’è la precisa personalità visiva, con idee iconografiche nient’affatto banali (la dialettica tra un’infanzia sferica, aperta, positiva e una senescenza cuboide, chiusa, tetragonizzata dall’età); c’è una forte componente edificante che ha il buon gusto di non scivolare mai nel dolcificante (trattazione e problematizzazione di signori temi quali la famiglia, l’amicizia, la maternità, la malattia, la vecchiaia, la morte); c’è un’emotività affrontata di petto, senza remore, con piglio sicuro e vincente (il sogno inseguito per tutta la vita, l’amore eterno, il bambino problematico); c’è un variegato campionario di gag visivo/verbali di ineluttabile divertimento (“scoiattolo!”); c’è il ritmo di una progressione drammatica solida e lineare, che non rischia (quasi) mai di perdersi e di girare a vuoto (cfr., per dirne uno, le arzigogolate inconcludenze di un Ratatouille); e ci sono sprazzi di Cinema Maiuscolo, purovisibilista, lezioni di racconto per immagini da custodire gelosamente (l’esemplare densità e chiarezza della narrazione della vita dei coniugi Fredricksen, raccontata nei 5-6 minuti iniziali). Visti i limiti, i codici, le griglie che inevitabilmente disegna il “genere”, sarebbe davvero esoso chiedere molto di più.
L’umile recensore chiuderebbe con due parole sul 3D. Smessi gli occhialoni, mi limito a esprimere un modesto apprezzamento per l’impressione generale condito da un parziale appunto – per così dire – tecnico: l’immagine via via in rilievo, distribuita ovviamente su più livelli di parallasse, appare paradossalmente ma chiaramente 2D. L’effetto è un po’ ossimorico e straniante perché se da un lato si vuole creare profondità giustappunto tridimensionale, dall’altro si ottiene spesso una semplice sovrapposizione di schermi piatti che lascia perplessi. Ritengo altresì apprezzabile che non si sia optato per un effetto luna park, con immagini scagliate contro/intorno allo spettatore, ma per una più discreta e “cinematografica” prospettivizzazione volumetrica del profilmico digitale, pur con tutti i limiti e le riserve di cui sopra.

Torna alla regia, a otto anni dal suo Monsters & co., un altro talento della scuderia Pixar, Pete Docter, che conferma qual è l’asso nella manica della casa di produzione di John Lasseter: le sceneggiature di ferro (perfette, sapide, creative), quelle che avevano fatto la fortuna dei generi hollywoodiani e di cui si erano perse le tracce fra modernità post-modernità e riflusso a-direzionale. L’opera, infatti, è un atto d’amore per quel cinema, dalle commedie fantasy anni quaranta (la casa volante riporta anche a Il Mago di Oz) a tutte le pellicole con protagonista il tipo anziano e spigoloso ma di buon cuore di Spencer Tracy, che le fattezze di Carl Fredricksen ricordano. Ma la Pixar va oltre: la prima parte è, praticamente, un film per “adulti”, il racconto commovente dell’amore consumato lungo l’arco di una vita e, nonostante nella seconda (che cita e ri-cita Il Mondo Perduto di Doyle) entrino in campo personaggi buffissimi e gag notevoli, la malinconia non abbandona mai l’opera che, altro pregio, a differenza di molti cartoni animati che sempre e comunque vogliono rivolgersi all’infanzia, non urla mai i propri valori ma li lascia intuire attraverso gli eventi (la terza età che preferisce i ricordi alla vita, isolandosi alla ricerca di una meta perduta: la vera avventura sta, invece, negli incontri e nei percorsi del presente). Ad un certo punto, con battaglie nei cieli fra strani velivoli, non può non venire in mente Miyazaki, che Lasseter adora e da cui la Pixar eredita l’attenzione particolare per il personaggio e la profondità dei temi, con (tratto distintivo di Docter in particolare) la spettacolarità che diventa secondaria. Il 3D (incluso fin dalle prime fasi della lavorazione) esalta solo la profondità di campo perché l’opera non ha mai inteso costruirsi in sua funzione.