TRAMA
Pat e Perfidia sono due attivisti rivoluzionari del gruppo French 75 e lei – ricattata – diventa l’amante del Capitano Lockjaw. Perfidia dà alla luce una bambina, Charlene, ma nonostante Pat tenti di convincerla, non vuole lasciare la sua militanza. Dopo una rapina in banca in cui uccide un poliziotto, Perfidia entra nel programma protezione testimoni, il gruppo French 75 viene decimato mentre Pat e Charlene riescono a fuggire. Sedici anni dopo…
RECENSIONI
Paul Thomas Anderson, dopo Vizio Di Forma, torna a Pynchon, prendendosi maggiori libertà: si possono senz’altro instaurare parallelismi tra i personaggi (Pat Calhoun / Zoyd Wheeler, Charlene / Praire, Perfidia / Frenesi Gates, Lockjaw / Brock Vond) o trovare altri rimandi evidenti (il convento delle Kunoichi) ma è soprattutto lo spirito generale del romanzo, quello che sembra interessare al regista, traslare cioè l’America reaganiana in quella (che noi oggi diremmo) trumpiana, con tutto l’armamentario di paranoie, ossessioni, suprematismo bianco, complotti(smo) e annesso scontro tra istanze rivoluzionarie e potere ultraconservatore fascistoide e militarizzato. Ancora più in generale, è il modus postmoderno di affrontare la/le questione/i a percorrere in lungo e in largo Una battaglia dopo l’altra, visto che è davvero difficile non andare con la mente/memoria a(nche a) Vonnegut, DeLillo o allo Wallace di Infinite Jest, con le sue trame e sottotrame popolate di personaggi emblematici (la drag queen Povero Tony) e improbabili organizzazioni paramilitari (Les Assassins des Fauteuils Rollents). E qui sorge il primo problema che diventa(no) rapidamente due. Prima di tutto, è qualcosa di già visto che suona ormai un po’ datato: abbiamo letto quei romanzi decenni fa e abbiamo già visto il cinema che, più o meno indirettamente, ha raccolto l’eredità (spesso contemporanea) di quei romanzi (Tarantino, i Coen ecc). In più, Anderson, stavolta, sembra semplificare un po’ troppo le sue fonti per confezionare il suo film, forse, più tradizionale e godibile. Il che, nel bene e nel male, è appunto sia un bene che un male.
La prima parte, in realtà, è molto più andersoniana in purezza nel senso di ricercatamente autoriale: fredda, destrutturata dal punto di vista narrativo, enigmatica ed ellittica. Quando poi arriva la vera ellissi (fuga di Pat e Charlene bambina – Charlene adolescente) il registro sembra cambiare. La narrazione si fa più lineare e i sentimenti (specialmente nel rapporto padre-figlia) assumono lineamenti precisi e consistenza narrativa. Rimangono, certo, i vezzi postmoderni(sti), il distacco ironico, lo humour obliquo tendente al grottesco ma, di fatto, ci sono i buoni e i cattivi, c’è l’azione (quasi) classicamente intesa e ci sono i temi che emergono con maggiore chiarezza, da quelli, diciamo, micro- e molto attuali (personaggi non binari “non capiti” dalle vecchie generazioni, le donne forti afroamericane vere protagoniste) a quelli macro-, sempreverdi (le “sette” di retrogradi reazionari e razzisti). Si procede, insomma, da A a B lungo un linea sostanzialmente retta fino a un pre-finale e un finale talmente “ordinari” e “chiari” da risultare sospetti, da farci chiedere: è davvero così? Non ci sarà qualcosa sotto?
Non che ci sia niente di male in sé: la resa dei conti rocambolesca e sanguinolenta ma lieta [concettualmente non lontanissima da quella di un Django Unchained, che però aveva tutto un altro (con)testo], il futuro affidato alle nuove generazioni che hanno ancora voglia di lottare per un mondo migliore (in modo, sperabilmente, meno ottuso dei loro padri che girano a vuoto dietro a codici e parole d’ordine da mandare a memoria). Va tutto bene. Però, viene da chiedersi, lo spirito originario (di Pynchon, ma anche di PTA stesso), in questo modo, non viene quasi travisato? Non si crea un conflitto interiore, una incoerenza interna a un film nel quale finiscono per convivere troppe anime forse inconciliabili? Conflitto ben esplicitato dal rapporto problematico tra colonna sonora e colonna visiva. PTA sembra chiedere al fido Greenwood qualcosa di simile a quello che Nolan chiede a Zimmer: dargli una grossa mano. Se Nolan delega alla musica molta costruzione del pathos, chiedendo al nostro orecchio di comunicarci la tensione e la magniloquenza che gli occhi faticano a percepire, PTA si affida a uno score altrettanto invasivo per disinnescare l’eccessiva fruibilità/chiarezza di quello che stiamo vedendo. Per restare pur sempre PTA, nonostante tutto. Ecco che anche i momenti più leggeri, ironici, sono accompagnati da un contrappunto avant-free-jazz-minimal che finisce semplicemente per stridere, come se ci volesse dire: “puoi anche provare a divertirti ma non dimenticare che è pur sempre un film di PTA, un Autore, e che stiamo parlando di cose serie”.
Si tratta, mi pare, di una semplificazione pur dissimulata ma a rischio banalizzazione: senza la potenza enigmatica e incompromissoria di un There Will Be Blood cosa rimane del cinema di Paul Thomas Anderson? Non direm(m)o certo “niente”. E nemmeno “poco”: c’è una sceneggiatura a modo suo solida, ci sono attori molto ben diretti e c’è una regia marcata senza risultare invadente o ridondante. L’inseguimento in auto finale, per esempio, è di quelli che si ricordano, sia per costruzione narrativa che per messinscena, con i dislivelli che innescano un dialogo profilmico campo/fuoricampo davvero affascinante ed efficace, nel generare suspense (e sorprese). Rimane quella sensazione di un generico appiattimento vestito a festa autoriale che, certo, non fa di Una battaglia dopo l’altra un brutto film quanto un oggetto affascinante ma irrisolto, nel quale convivono più istanze (tematiche, registiche, atmosferiche) che faticano a trovare una quadra capace di conciliare il suggerire e il dire, la problematizzazione e la semplificazione, il disincanto e l’incanto, il cinismo e l’empatia, l’Autore e l’intrattenitore.
Chiudiamo con gli attori: Di Caprio in versione Dude è sicuramente bravo ma un po’ scolastico (in senso non del tutto cattivo), Sean Penn ci mette l’anima per darne una al suo Lockjaw un po’ Marcus Fenix un po’ colonnello Quaritch, ma non è detto che ci riesca del tutto, Benicio Del Toro gigioneggia per sottrazione mentre la giovane Chase Infiniti risulta la più naturale e credibile del lotto.


