Horror, Recensione

TWO SISTERS

Titolo OriginaleJanghwa, Hongryeon
NazioneCorea del Sud
Anno Produzione2003
Genere
Durata115'
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Due sorelle tornano a casa dopo un lungo periodo di tempo. Ad accoglierle ci sono il padre e la matrigna. Il loro ritorno coincide con il verificarsi di strani fenomeni: cosa è accaduto in passato in quella casa?

RECENSIONI

Sono pochi gli esempi di film horror che si impongono come opere di grande stile. Negli ultimi tempi si sono visti loffi tentativi europei (gli iberici Balaguerò e l'Amenabar di The Others), accanto alla consueta messe di opere e operine statunitensi; i risultati più ragguardevoli a mio parere sono venuti tutti dall'Oriente: da Dark water di Hideo Nakata  al bellissimo Antenna di Kumakiri. Anche Two sisters, nella rinnovata folla di film del terrore che stanno invadendo le nostre sale, se ne distacca agilmente per l'indubbia caratura che, prescindendo dal genere, impone la pellicola come una delle più interessanti in circolazione. Puntando l'attenzione sugli ambienti e giocando con luci, ombreggiature, décor ultracurato e i fondi damascati delle tappezzerie variopinte della casa in cui si ambientano le vicende, il film dilata sapientemente la tensione rallentando i ritmi e soffermandosi sul dettaglio perturbante, sospendendo ogni certezza: Two sisters viaggia infatti dal piano reale a quello mentale senza soluzione di continuità, confondendo uno spettatore che non aggancia il suo disagio crescente ad alcun punto fermo e non confortandolo, fino all'ultimo, con la possibilità di attribuire le terrificanti apparizioni che costellano la pellicola a un inciampo allucinatorio della psiche delle protagoniste o a una possibile deriva metafisica delle vicende. Jee-Woon Kim riesce molto bene nel coniugare le atmosfere e i ritmi austeri di tanto cinema orientale con l'armamentario horror convenzionale, mantenendo rigore, sospensioni ansiogene e scatti truculenti e senza rinunciare mai all'eleganza figurativa in favore dell’effettaccio. Ne scaturisce un'opera di algore geometrico schizzata da una violenza a momenti trattenuta, a tratti esplosiva, girata splendidamente, con una cura sopraffina profusa in ogni inquadratura e con un epilogo solo in parte chiarificatore che induce a una seconda visione consapevole. Nessun intento piattamente decifrativo del narrato da parte dell'autore che gioca anche con i piani temporali ricorrendo a flashback in multipla chiave e ad ambiguità tramiche di ardua collocazione; un film in cui il binomio senso di colparimozione impera freudianamente e che riesce, nonostante gli elementi ampiamente risaputi a disposizione, a far paura sul serio.

La regia di Kim Jee-woon è all’inizio efficace, elegante, quasi autorale: calma piatta, inquietudine da minimi spostamenti, elementi angoscianti in quanto misteriosi. La sua narrazione gioca d’ellissi su personaggi e spiegazioni. Quando compare il primo fantasma, si sobbalza sulla sedia, anche perché il regista sfrutta la moda orientale (iniziata dal Giappone, fra Ringu e Nakata) dello spettro con capello lungo, dinoccolato e con spostamenti improvvisi. Al primo colpo di scena, però, qualcosa non torna, soprattutto nel gioco di soggettive in cui ciò che è parto della fantasia esisteva anche al di fuori della soggettiva stessa. Viene in soccorso di questa “deficienza” il secondo colpo di scena, ma Kim fa un errore estetico non da poco: da un lato componendo un’opera completamente ingannevole per lo spettatore, dall’altro, una volta scoperte le regole del “gioco”, irritando perché persevera come se niente fosse, lasciando chi guarda in un limbo dove non si sa più a cosa e a chi credere (soprattutto al regista). Kim apre, cioè, una spirale infinita (comoda) invece che chiudere un cerchio. Il racconto s’ispira a una nota fiaba coreana, “Fiore di Rosa e fiore di Loto” (Su-mi e Su-yeon in coreano), che aveva in patria già ispirato varie opere (nel 1924, 1956, 1962 e nel 1972) e di cui forse s’è ricordato Robert Bloch scrivendo l’episodio “Lucy comes to stay” in La Morte Dietro Il Cancello.

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