Azione

THE LAST STAND

TRAMA

Ray Owens è il vecchio sceriffo di una tranquilla cittadina sul confine tra Stati Uniti e Messico. La cittadina si rivelerà non così tranquilla e il vecchio sceriffo non così vecchio.

RECENSIONI


The Last Stand è, da molti punti di vista, un’operazione datata. Extrafilmicamente parlando, la rivitalizzazione (ironica-ma-non-troppo) della vecchia gloria attoriale è pratica consolidata e stantia. E anche la scelta del regista ci porta indietro di qualche lustro, quando molti numi/nomi tutelari del cinema orientale (Woo, Miike, Lee, Hark, Nakata) venivano chiamati a riscattare dalla routine l’entertainment hollywoodiano. Dopo qualche comparsata eccellente, torna dunque Arnold Schwarzenegger in veste di protagonista e lo dirige il poliedrico (aggettivo abusato ma nella fattispecie, spero ne conveniate, ci sta tutto) Kim Jee-woon.


L’approccio di Kim riesce ad essere quasi spiazzante, collocandosi da qualche parte tra il canonico/agiografico e il divergente. Ci sono, infatti, i telefonatissimi riferimenti all’età di Schwarzy, al fatto che “è tornato” e così via, così come atti dovuti paiono i richiami al suo passato biografico di governatore (conservatore) della California, per nulla refrattario all’uso delle armi (non resiste alla voglia di provare il cannone di Knoxville), che comunque per molti versi vanno a intersecarsi e sovrapporsi ai trascorsi cinematografici commandiani. E però lo stesso Schwarzy, intorno al quale il film è ovviamente costruito, sparisce di scena per porzioni di minutaggio importanti. Momenti nei quali Kim sembra tentare di costruire un film (quasi) vero, con una personalità definita. Nella prima vacanza dall’icona austriaca, infatti, viene confezionata la sequenza probabilmente più riuscita del film, la fuga del supercriminale Cortez, trionfo della spettacolarità analogica e del long take significante, con epicità quasi nolaniana (ma tecnica regisitca migliore).


I primi problemi sorgono quando si svela il volto del cattivo, un Eduardo Noriega che non riesce a conferire al suo personaggio nessun tipo di fascino, e questo sale in auto con la bellona. Da lì in poi, oseremmo dire che tutti le sequenze di azione guidata precipitano il film nel ridicolo, col cattivo faccia da schiaffi che sfreccia a 60 miglia orarie millantandone 150 e le solite, infinite marce da ingranare di fast&furious-iana memoria. Così il film arranca un po’ e si adagia blandamente su cliché ampliamente metabolizzati in anni di rilancio di vecchie glorie (John Rambo), col vecchio eroe ancora capace di fare il culo – a mani nude – alle nuove leve (il finale, nel quale Schwarzy risolve la questione a cazzotti). Peccato per le (potenzialmente interessanti) suggestioni western naufragate nel nulla. Simpatica, ma nulla più, l’idea di fare interpretare a Knoxville la parte di un autentico jackass


Tra I saw the Devil e The Last stand, Kim Jee-woon ha girato un piccolo gioiello: The Heavenly Creature, secondo segmento di Doomsday Book, film di fantascienza a tre episodi codiretto da Kim e Yim Pil-sung uscito nelle sale coreane nell’aprile 2012. The Heavenly Creature racconta la vicenda di un tecnico informatico chiamato da un monastero buddista per valutare le condizioni di efficienza di un robot spiritualmente progredito e incamminato verso l’illuminazione. Cristallina, elegante e controllatissima, la messa in scena di Kim cesella in una quarantina di minuti una malinconica parabola filosofica sulla vacuità delle percezioni, sulla solitudine degli individui/automi e sulla spinosa questione dell’identità. Ebbene, secondo chi scrive, è questo piccolo apologo sui massimi sistemi l’ultimo film di Kim Jee-woon da recuperare per avere l’ennesima conferma del più fulgido talento prodotto dal cosiddetto New Korean Cinema. Un talento di cui si è accorta persino Hollywood, che gli ha affidato il compito di dirigere la spettacolare rentrée di Schwarzenegger in veste di sgualcito ma pur sempre combattivo last action hero.


C’è da dire che Kim, trapiantando il western in territorio mancese con Il buono, il Matto e il Cattivo, aveva già oltrepassato la frontiera, ma in senso inverso e con risultati altrettanto opposti. Già, poiché questo The Last stand - L’ultima sfida, per quanto s’impegni e ingegni a ricreare atmosfere hawksiano-zinnemanniane, più che ravvivare la memoria di Un dollaro d’onore o Mezzogiorno di fuoco somiglia piuttosto a un fumettone hollywoodiano formato standard. Ovviamente sarebbe assurdo pretendere finezze concettuali da un film che inizia (o quasi) con Schwarzy in calzoni corti e scarpe da barca per farci capire che se la sta prendendo comoda. Ma assistere a furibondi regolamenti di conti scanditi da botta e risposta quali “- Il mio onore non è in vendita! - Al diavolo il tuo onore!” non può non provocare un certo sgomento. Concediamo comunque a Kim il beneficio del camaleontismo, il piacere perverso della mimetizzazione: a bordo di una Corvette ZR1 modificata e braccato da un elicottero dell’FBI, il supercattivo Gabriel Cortez (Eduardo Noriega), personaggio caricaturale ma con connotati da auctor in fabula, attiva la funzione di guida a infrarossi, diventando letteralmente invisibile e pronunciando la fin troppo eloquente esclamazione “È divertimento!”. Parola di Kim, per interposto narcotrafficante.