Animazione

TURBO

TRAMA

La chiocciola Turbo (che non è una lumaca perché, per la miseria, ha il guscio) sogna di diventare un pilota/automobile (o entrambe le cose) e partecipare alla 500 miglia di Indianapolis. Ce la farà, in barba al buon senso e alle sceneggiature ben scritte.

RECENSIONI

Se la Pixar, in fase di stallo, prende fiato e tempo, la Dreamworks ha il fiato corto e il tempo lo sta decisamente perdendo. La sua storia produttiva, ormai, è fatta di (in)evitabili sequel (Shrek, Madagascar, Kung Fu Panda) e qualche spin-off (Il gatto con gli stivali) che preannunciano altri sequel (in cantiere Dragon Trainer 2, Kung Fu Panda 3, Madagascar 4) e altri spin-off (I Pinguini di Madagascar in uscita nel 2015) con qualche tentativo “originale” che naufraga nei pericolosi territori del flop (Le 5 Leggende) e grandi sforzi produttivo/promozionali nei quali si cristallizza la caduta libera della sceneggiatura del cinema di intrattenimento americano (I Croods).

Ma Turbo è peggio. La fiera dell’assurdo in senso deteriore. La strada, in realtà, era già stata imboccata in Madagascar 3, ma lì l’arbitrarietà comica era sorretta dall’intelligenza e la consapevolezza di un Baumbach che riusciva a dare una (parvenza di) coerenza all’incoerenza generale. In Turbo si assiste quasi increduli a un susseguirsi di sciocchezze prive di senso. Pensiamo solo all’innesco della vicenda: questa chiocciolina che si appassiona alle gare automobilistiche, e in particolare al pilota contemporaneo vivente Guy Gagné, guardando alcune corse registrate su vecchie VHS azionando autonomamente una TV e un VCR dimenticati. Passi il piccolo gasteropode che maneggia da solo tutto l’armamentario, ma che ci fanno delle gare contemporanee registrate su polverose VHS d’epoca? Questo per dare un’idea dell’inconsistenza e sciatteria di una scrittura che, al solito, si preoccupa solo di produrre effetti o di innescare sequenze specifiche senza preoccuparsi di altro.

Si passa così alla chiocciolina che si immerge nel NOS e acquisisce misteriosi poteri automobilistici (non solo velocità ma occhi/fari, autoradio ecc.) per poi finire in una specie di centro commerciale dimenticato da tutti e infine alla 500 miglia di Indianapolis, grazie a un mentore messicano gestore di una Tacos-eria, per arrivare al finale che ti aspetti. Un calco deforme di Cars (il centro commerciale è, a tutti i livelli, Radiator Springs), pieno di misteriose lungaggini, privo di humour, animato da intenti pedagogici nei quali non crede (nessuno) – inseguire i propri sogni e bla bla bla – e sorretto da un minimo sindacale di spettacolarità derivativa (dunqu)e ininfluente sul risultato finale, oltretutto inficiata dal consueto tasso di incomprensibilità: l’idea di far gareggiare delle automobili contro una chiocciola, al netto dell’idiozia di fondo, è figurativamente perversa.