Commedia, Drammatico, Poliziesco

TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI

TRAMA

Guidando verso casa e attraversando una strada secondaria ormai poco trafficata nei pressi di Ebbing, Mildred Haynes scorge tre cartelloni pubblicitari trascurati da tempo. Si ferma pensosa a osservarli e decide di rivolgersi all’agenzia pubblicitaria della cittadina per affittarli un anno intero: utilizzerà gli spazi pubblicitari per denunciare la negligenza della polizia locale, incapace di trovare l’assassino di sua figlia Angela, stuprata e bruciata alcuni mesi prima a pochi metri da quei cartelloni.

RECENSIONI

Mi rincresce un po' dedicare questa recensione a un aspetto che potrebbe sembrare irrilevante o tutto sommato trascurabile nell’economia complessiva di Tre manifesti a Ebbing, Missouri, ma di fatto è stato il solo tratto del terzo lungometraggio di Martin McDonagh ad avermi colpito con una certa intensità durante la revisione del film (confesso che alla prima visione mi era completamente sfuggito). Parlo della componente metacinematografica - tremo solo a digitare l'abusato aggettivo - che a mio avviso attraversa discretamente il percorso narrativo di Tre manifesti e che aggiunge qualcosa di più elaborato a un film altrimenti troppo didascalico e illustrativo per destare il mio interesse.

Introdotta da Last Rose of Summer interpretata da Renée Fleming, la prima sequenza del film ci mostra i tre cartelloni del titolo slabbrati, fatiscenti e immersi nella nebbia. Sono fin troppo chiaramente emblemi di trascuratezza e abbandono: oggetti fatiscenti ormai incapaci di assolvere alla funzione che li ha fatti nascere. Li vediamo da varie prospettive e ogni angolazione ci parla della loro decadenza: schermi in disuso che cadono a pezzi, offrendo uno spettacolo desolante.

Quei cartelloni a brandelli, così simili a schermi lacerati, sono letteralmente devitalizzati: l'unica scritta che riusciamo a leggervi distintamente è il frammento di una frase scolorita che termina con un eloquente "of your life!". Prima di questo frammento verbale un buco. Poi un campo lunghissimo sui tre cartelloni avvolti dalla nebbia e subito dopo, in caratteri bianchi su sfondo nero, il titolo del film a mo' di epitaffio.

Al prologo funereo e descrittivo segue l'incipit vero e proprio del film, in cui Mildred Haynes (Frances McDormand, incoronata per la seconda volta con l'Oscar alla miglior attrice protagonista) guida verso casa e, passando davanti ai tre residuati pubblicitari, si ferma, li guarda con espressione pensierosa, torna indietro per scrutarli meglio e meglio escogitare (si mette persino un dito in bocca per enfatizzare il lavorio mentale).

Una soggettiva chiusa (A: vediamo lei inquadrata di profilo che osserva un cartellone sulla destra; B: vediamo ciò su cui si concentra il suo sguardo A: torniamo su di lei) isola il dettaglio della piccola insegna col logo della compagnia pubblicitaria che amministra quegli spazi (Ebbing Advertising Company). A questo punto Mildred, riflettuto ancora un poco con tanto di sospiro preparatorio, è pronta per partire alla carica: ingrana la marcia e sfreccia verso l'inizio della bagarre.

Non sfugga il carattere esclusivamente visivo delle due sequenze: in questa manciata di minuti, Tre manifesti a Ebbing ha accolto lo spettatore facendo a meno dei dialoghi, gettando le basi narrative grazie a un duplice colloquio di sguardi (quello tra l'autore implicito e lo spettatore nel prologo spettrale e quello tra lo spettatore e Mildred nell'incipit). Altro elemento di rilievo concerne la modalità di presentazione del personaggio principale: per facilitare l'immedesimazione ottica dello spettatore con la protagonista, Mildred  è presentata come puro soggetto guardante e la sua primissima comparsa nel film avviene tramite un particolare dei suoi occhi incorniciati dallo specchietto retrovisore.

Noi spettatori la guardiamo guardare fin dall'inizio e questa saldatura scopica si irrobustisce, come abbiamo visto, nello sviluppo della sequenza. Nel giro di tre minuti, insomma, il gioco è fatto: lo spettatore è agganciato al personaggio principale, depositario di uno sguardo che rigenera, rivitalizza degli schermi trascurati che ormai non vede più nessuno (del resto sono ubicati lungo Drinkwater Road, una strada caduta in disgrazia da quando c’è l’autostrada, e languono abbandonati da parecchi anni). Difficile non pensare agli schermi dei drive-in e, per estensione, a quelli delle sale cinematografiche tradizionali, sempre più disertate in favore della fruizione digitale (consultare la voce streaming per ulteriori approfondimenti).

Schermi morenti e sguardo rivitalizzante, ecco la componente metacinematografica di Tre manifesti a Ebbing, Missouri, un film in cui gran parte dell'impegno di Mildred si concentra sul tentativo di smuovere le coscienze proprio in virtù della rigenerazione fuori tempo massimo delle insegne pubblicitarie ("Un anno? Paga tre insegne su una strada dove passa solo chi si è perso o è idiota per un anno?", replica un esterrefatto Welby alla domanda di Mildred sul costo dell'affitto dei cartelloni per l'intera annata). Mildred, autentica figura di auctor in fabula (non è forse lei la regista dell'intera vicenda?), riesce pur con qualche difficoltà a svecchiare i pannelli e a farli rivivere in tutta la loro pungente iconicità.

Impact neri su sfondo rosso sparati a tutto schermo: a nessuno è venuta in mente l'analogia a caratteri cubitali - non importa se volontaria o accidentale - tra questi pannelli e le didascalie terroristiche impiegate a profusione da Gaspar Noé (si pensi a Seul contre tous, giusto per fare un esempio). In entrambi i casi si tratta di scuotere coscienze intorpidite: Noé aggredisce le rassicuranti consuetudini della passività spettatoriale, Mildred colpisce le oziose procedure della negligenza poliziesca, ma sempre di morale e giustizia da smuovere si tratta.

Sotto quei cartelloni Mildred sarà intervistata dalla televisione locale, sotto quei cartelloni verranno sfogliate le fotografie del cadavere carbonizzato della figlia Angela e sotto quegli stessi cartelloni farà la sua epifania un cerbiatto da favola a cui Mildred parlerà come se il fatato animale fosse la reincarnazione della figlia barbaramente seviziata e uccisa (salvo smorzare questo pensiero magico col cinismo di prammatica). Non c'è dubbio che quegli schermi rianimati siano luoghi ad alto tasso di rappresentazione visiva e comunicazione grafica.

Ma, e arriviamo al tasto dolente, l'intera crociata rivitalizzante di Mildred si svolge all'insegna della scrittura e della parola, è questo il maggior pregio e insieme il maggior limite di Tre manifesti a Ebbing, Missouri. Massima leggibilità (nientemeno che caratteri Impact a tutto schermo) e massima esplicitazione drammaturgica (si dialoga persino coi cerbiatti): sono questi i due poli entro i quali oscilla il film di Martin McDonagh, lasciando all'elaborazione cinematografica un ruolo ancillare e illustrativo.

Tra questi due poli - in cui si aprono i vari cassetti drammaturgici dei personaggi come il rapporto tra l'agente Dixon (Sam Rockwell, anch'egli premiato con l'Oscar per il miglior attore non protagonista) e la scaltra madre (Sandy Martin) o quello tra il malato sceriffo Bill Willoughby (Woody Harrelson) e l'adorata moglie Anne (Abbie Cornish) - fioriscono lettere di addio a familiari e amici, flashback colpevolizzanti, recriminazioni domestiche, squarci bucolici in riva al fiume, ritorsioni incendiarie, mirabolanti evoluzioni caratteriali, nani mesti, red herring (la falsa pista secondo il disciplinare hollywoodiano) e propositi punitivi lasciati in sospeso.

Tutto padroneggiato con estrema sicurezza, recitato con esemplare esteriorizzazione e scandito con ritmo irreprensibile, ovviamente. Ma quando l'impianto cinematografico si riduce a mera belluria ornamentale (il piano sequenza in cui Dixon irrompe nell’ufficio di Welby e lo defenestra) o scade in ammiccamento cinefilo (la bandana di Mildred è un omaggio al Christopher Walken di Il cacciatore, la canzone Streets of Laredo  canticchiata da Dixon poco prima di vedere i cartelloni proviene dal film del 1973 Batte il tamburo lentamente di John D. Hancock) è difficile, quanto meno per il sottoscritto, stare al gioco. Dimenticavo, non ho menzionato l'aroma coeniano che sprigiona dal film perché troppo pervasivo e allarmante per farne oggetto di riflessione.