Drammatico, Recensione

TRA CIELO E TERRA

Titolo OriginaleHeaven and Earth
NazioneU.S.A.
Anno Produzione1993
Durata140’

TRAMA

Dopo i francesi e i vietcong, nel 1963 arrivano gli americani a turbare la tranquilla vita di un villaggio contadino nel Vietnam. Le Ly viene torturata come vietcong, violentata come collaborazionista degli Stati Uniti, messa incinta da un ricco borghese, ripudiata dalla famiglia.

RECENSIONI

Opera non del tutto riuscita ma spesso potente e toccante, come solo sanno essere i film di Stone, regista benedetto dal linguaggio del montaggio (che affastella flashback in bianco e nero, scene incubali, ralenti, dissolvenze cerulee) e dal registro barocco-gigantista, filtrati attraverso un rigoroso/vigoroso classicismo hollywoodiano; contenutisticamente spiazzante nelle convinzioni democratiche che duellano fra ribellione e conformismo, libertà assoluta dell’individuo dalle regole e necessità delle norme morali; con vocazione da pungitore impietoso della coscienza sporca americana che non disdegna di mostrare l’orrore, crudo e crudele, facendo rabbrividire nel realismo colmo di pathos della sua messinscena. Completa la trilogia sul Vietnam cambiando totalmente punto di vista, passando da quello del soldato semplice (Platoon) e del reduce (Nato il quattro di Luglio) a quello del “nemico”, per di più in vesti femminili che raramente il suo cinema ha frequentato (il film è tratto dalle memorie di Le Lyhayslip, che ha un cameo). Non per questo addolcisce i toni: continua a ricordarci l’orrore in guerra ma si concede a passaggi più poetici quando ritrae il Vietnam come un paradiso perduto, con colori ricchi di luce che giocano sul verde smeraldo della terra e l’azzurro pastello del cielo, quando s’incanta sul volto, innamorato o attonito, della dolce e ingenua protagonista, quando invita lo spettatore a riflettere sulla teoria del karma, dove anche il cielo che scambia posto con la terra, generando caos, fa parte di un disegno, di un cammino da percorrere, di un tunnel alla cui fine attendono pace e serenità. Il film, purtroppo, perde colpi nella parte girata in California, non a caso incentrata sull’unico personaggio, molto stoniano, frutto della fantasia dell’autore (che, in esso, ha voluto riassumere tre amanti e due mariti di Le Lyhayslip), interpretato da Tommy Lee Jones: in questa fascia dell’opera, Stone comincia a mettere in bocca ai personaggi discorsi politici forzati (quello dei due coniugi a letto sulle armi e sui comunisti), a perdere il controllo di un racconto che rotola sconnesso anziché essere accompagnato con misura (vedi le trasformazioni caratteriali: lei che passa da remissiva orientale a prepotente donna manager-U.S.A., lui che, da bonaccione, si trasforma in violento psicotico) e non risollevano le sorti del tutto quei due o tre tocchi satirici sul consumismo e l’abbondanza del suo paese a confronto con la miseria del Vietnam. Anche la chiusura contiene troppa enfasi predicatoria (sempre utilizzando l’Io narrante della vietnamita) ma Stone è anche questo, e dedica il film alla madre perché avrebbe sempre voluto vedere il figlio dirigere un Via col Vento, fra melodrammi e sentimentalismi.

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