Biografico, Drammatico, Recensione, Sala, Sportivo

THE SMASHING MACHINE

Titolo OriginaleThe Smashing Machine
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2025
Durata123'
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Biopic liberamente tratto dal documentario omonimo e incentrato sulle gesta sportive e sui drammi personali del combattente di MMA Mark Kerr.

RECENSIONI

Negli anni Novanta, in pieno sfavillio postmoderno, alcuni fenomeni sportivi potevano forgiarsi nella mente degli artisti e arrivare a dilagare nella realtà. Lo scacchipugilato, per dirne uno, nato sulle tavole immaginifiche di Enki Bilal come alternanza tra ganci al volto e alfieri in B5, abbandonava il territorio dell’invenzione per approdare - incredibilmente - all’agonismo reale. Nello stesso periodo un’altra disciplina apparentemente improbabile prendeva forma e struttura: le arti marziali miste, sintesi di striking e lotta che agli occhi dello spettatore distratto poteva sembrare una volgare commercializzazione delle risse da strada, mentre era una complessa combinazione dei più efficaci stili di combattimento di tutto il mondo, dal pugilato al karate, dalla lotta grecoromana al jujitsu. Dietro la nascita delle MMA c’era anche una matrice cinematografica precisa: dalle pellicole del sottogenere tournament fighter, in gran parte produzioni (per non dire prodotti) direct-to-video che inscenavano tornei a eliminazione diretta tra campioni di karate, kickboxing o ninjutsu, nei casi migliori interpretate dalla star dell’epoca, il fuoriclasse delle spaccate volanti Jean-Claude Van Damme: Senza esclusione di colpi, Street Fighter, fino a La prova, che arrivava alla velleità involontariamente comica di ricalcare la cornice narrativa di C’era una volta in America. L’idea di mettere alla prova “la migliore arte marziale del mondo”, dunque, era già pronta, romanzata e vendibile. Era solo questione di tempo perché l’evento fondativo della più importante organizzazione mondiale di MMA avesse luogo sotto la guida artistica del regista di Conan il barbaro, ovvero John Milius in persona. Insomma, le MMA sono sempre state legate a un certo immaginario cinematografico. Meno, però, il cinema alle MMA. Per un Warrior che ha tentato la via del dramma familiare (spettacolare ma impreciso sul piano sportivo) o Il più forte del mondo, biopic per piattaforma sulle gesta del campione José Aldo, che ha messo in scena quello che i fan già sapevano e ha cercato di dare una patina di artisticità smarmellando tutto, c’è una distesa di film modesti o addirittura infimi, incapaci di andare oltre i cliché del combattimento clandestino o del riscatto morale (tra questi, volendo proprio, si potrebbe ricordare il non indimenticabile MMA - Love Never Dies).

In questo tessuto un po’ sfilacciato si inserisce The Smashing Machine, del minore dei fratelli Safdie, Benny, che dopo Diamanti grezzi sceglie di mettersi in proprio dedicandosi a un biopic sportivo, e lo fa con misurato rispetto più che con quella adesione al caos interiore che nei suoi film di solito tracima negli atti esteriori: un inizio in falso found footage che cita esplicitamente l’omonimo documentario, una progressiva virata verso il dramma coniugale, un montaggio nervoso ma controllato, un po’ di macchina a spalla e qualche zoomata rapida, niente di più. Safdie fa i compiti, insomma, e questo è insieme il pregio e il limite del film: una efficace sintesi si trova nei rari momenti di perdita di controllo, in cui il gigante buono minaccia di trasformarsi nell’Incredibile Hulk e sbriciola una porta, ma prima ancora di diventare verde e strappare l’ennesima camicia si ricompone e chiede scusa sottovoce. Come l’atleta di MMA, che deve saper fare un po’ di tutto senza eccellere in ogni singolo aspetto, il film tocca molti punti senza approfondirne veramente uno: l’ascesa di Kerr, le dipendenze, la relazione coniugale tossica, il corpo che si rompe e si ricompone. C’è tutto, ma - un po’ fastidiosamente - sembra che continui a mancare qualcosa. Perfino la poetica dell’oggetto feticcio, cifra distintiva dei Safdie, qui si fa più simbolica che narrativa: il vaso ricomposto secondo il kintsugi e poi nuovamente frantumato non è un motore della storia, è un correlativo oggettivo (secondo la lezione del poeta T. S. Eliot) che espone il destino di Kerr come accrocco di un corpo e di uno spirito continuamente sottoposti a pressione e urti, danneggiati, infranti, riparati e mai del tutto guariti. Sul piano attoriale, Emily Blunt e Dwayne Johnson offrono prove convincenti ma non memorabili. Si sorvoli pure sull’ellisse riguardante il periodo del rehab, che sarebbe stata forse al di là delle doti attoriali di The Rock, e si dia il giusto peso alle dichiarazioni del protagonista, che afferma di aver rivissuto e rielaborato, attraverso questa interpretazione, le sofferenze legate al periodo di attività nello sport-spettacolo del pro-wrestling (perché poi un confronto con la figura scolpita da Mickey Rourke in The Wrestler risulterebbe crudelmente impietoso). Sorprende, al contrario, la credibilità scenica di campioni veri come Oleksandr Usyk, leggenda vivente della boxe, Bas Rutten e Ryan Bader, veterani delle MMA, qui non relegati a cameo ma impegnati in ruoli narrativamente significativi. In conclusione, il film trova davvero un proprio spazio nella rappresentazione dei match, ed è ciò che può gratificare, se non il pubblico cinefilo, almeno quello degli appassionati della disciplina: combattimenti tecnicamente ineccepibili, crudi, asciutti, privi di estetizzazioni superflue e di colpi che arrivano a destinazione dopo essere stati caricati per dieci minuti, tra deflagrazioni di sudore e scambi degni più del powerslap che della scherma a pugni chiusi (Stallone malamente docet!). È invece la vita di Mark Kerr a risultare stilizzata ed edulcorata rispetto alle terrificanti cronache reali che traspaiono da articoli e documentari. Il risultato complessivo è un’opera decorosa, a tratti suggestiva, ma ancora lontana dal bivio decisivo che potrebbe portare a scegliere se imboccare la strada del Toro scatenato delle MMA o quella del possibile Rocky Balboa della gabbia ottagonale.

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