Drammatico

THE RIDER

Titolo OriginaleThe Rider
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2017
Durata103'
Sceneggiatura
Montaggio

TRAMA

Dopo un grave infortunio alla testa, il giovane cowboy Brady viene informato che difficilmente potrà tornare a gareggiare. Tornato a casa, Brady si interroga sul suo futuro, tra il desiderio di risalire in sella e gli obblighi verso il padre vedovo e la sorella autistica.

RECENSIONI

Tra i tanti registi che hanno fatto spola tra Cina e Stati Uniti, molti dei quali a seguito della diaspora successiva all'handover di Hong Kong, si aggiunge ora la figura di Chloé Zhao, nata a Pechino e approdata negli States dove ha studiato e realizzato i suoi due primi film, inseguendo il suo sogno occidentale. Due opere indipendenti in cui si confronta con il mito americano, Songs My Brothers Taught Me, ambientato in una riserva indiana, e The Rider, sul mondo dei cowboy e dei rodeo. Ora la regista è stata scelta dalla Marvel per un film sulla saga degli Eterni, prefigurando per lei un futuro nel sistema hollywoodiano. Potrebbe ricordare la parabola di Ang Lee, proveniente da Taiwan, quindi da una Cina già occidentalizzata da tempo, che nel mondo anglosassone girò in successione Ragione e sentimento e Tempesta di ghiaccio, due film per lui in costume e parimenti di ricostruzione: l'America degli anni Settanta, per chi non l'aveva vissuta, era come l'Inghilterra ottocentesca di Jane Austen. Ang Lee approdò al mito americano del cowboy, che esprime la quintessenza del western, della frontiera, della natura da addomesticare e imbrigliare nelle mani dell'uomo, come si doma il vitello impazzito, con il film I segreti di Brokeback Mountain. Un'opera dove in realtà il mito veniva corroso dall'interno nelle sue componenti di machismo e di amicizia virile.

Chloé Zhao con The Rider si confronta pure col mito del rodeo, dei cowboy, quel mondo di “uomini volgari, tra urla, whisky e spari”come cantava Donatella Rettore. Ma con questo film la regista cinese rappresenta la lapide tombale di quel mondo, il cui crepuscolo è ormai definitivo. Dispiegando una serie di immagini tanto potenti quanto stereotipate, i campi lunghissimi con le figure umane a cavallo in minuscole silhouette, i paesaggi maestosi, le steppe, i cavalli bianchi al brado, i falò notturni, i cimiteri con le croci di legno e tutta una serie di albe e tramonti abbacinanti, o di notti di luna piena. E giocando con la sua simbologia: l'immagine della penna rovesciata, degli indiani, che precede le stelline, da sceriffo, che la sorella di Brady gli appiccica sul petto. E con questa iconografia mette in scena un cowboy già dalla prima scena inquadrato sulla testa, a mostrare le cicatrici e la fasciatura, o mentre vomita, la sorella autistica, il padre alcolizzato e dipendente dalle slot machine, o l'altro campione di rodeo, amico fraterno di Brady, ridotto a una larva in ospedale, il cavallo ferito da abbattere, oppure da svendere. Tutte cose che difficilmente vedremmo in un film western. Così pure il protagonista che va all'ufficio di collocamento, dove significativamente l'impiegata è una nativa americana, integrata nel sistema e che anzi aiuta i “visi pallidi”, e trova lavoro come commesso al supermercato e come lavapiatti.

Chloé Zhao riesce a essere struggente nel cogliere tutta questa decadenza e al contempo enucleare i valori autentici del rodeo, i suoi ideali cavallereschi, la nobiltà interiore che si esprime in quella figura che Brady si fa tatuare sulla schiena. Bellissime le scene, lente, in cui Brady addestra i cavalli riuscendo a instaurare un'empatia nei loro confronti. I cavalli del resto sono l'alter ego del cowboy, qui spesso allo stato brado rappresentano la libertà. E il cavallo abbattuto perché feritosi nel filo spinato, è la probabile anticipazione del destino del protagonista. La regista del resto mette in scena la vita reale di Brady Jandreau, che aveva conosciuto durante la lavorazione del film precedente, cui fa interpretare praticamente se stesso. Con The Rider, Chloé Zhao affonda lo sguardo in un'America profonda e bastarda, dove i cowboy si portano dietro un procione al guinzaglio, dove i ragazzi praticano il wrestling, dove il lupo è ormai relegato alla figura grottesca dei cartoon visti in tv. E le litanie dei venditori del mercato dei cavalli non possono che ricordare quel ritratto incredibile della inner America di Werner Herzog in La ballata di Stroszek.