Fantascienza

THE MIST

Titolo OriginaleThe Mist
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2007
Genere
  • 67245
Durata127'
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Scenografia
Musiche

TRAMA

Maine: dopo un temporale una strana e fittissima nebbia avvolge una piccola città. Delle persone rimangono intrappolate in un supermercato, assediate da “qualcosa” che si aggira nella nebbia…_x000D_

RECENSIONI

Darabont torna a King (Le ali della libertà, Il miglio verde) ma lascia il carcere (ibidem) per avventurarsi nell’horror più puro. Un racconto lungo/romanzo breve da (ri)scrivere, un budget relativamente limitato (18 milioni di dollari), un modus filmandi meno pulito e patinato del (suo) solito [1] ed eccoci a The Mist. Diciamo subito che la parte meno riuscita del film è quella a cui Darabont sembrava tenere di più, stando almeno alle sue dichiarazioni [2]: l’aspetto goldingiano della vicenda, infatti, la costruzione di un microcosmo sociale specchio del macrocosmo/società nel quale la società stessa si disintegra e collassa - roba già di suo piuttosto stantia - è trattata con piglio scolastico e banalità a profusione, a cominciare dalla caratterizzazione dei personaggi che vanno a delineare un’esemplare galleria di (stereo)tipizzazioni fossili (complice un parco attori così così e un doppiaggio punitivo). The Mist è invece un film riuscito perché sa creare atmosfere, sa settare dei mood. Sbrigata con competenza la fase preparatoria, l’arrivo della nebbia sa di vera, misteriosa irruzione dello straordinario nell’ordinario e il diradarsi del mistero, l’apparizione dei tentacoli prima e delle infantili, aracnidee mostruosità dopo non solo non diluiscono l’assurdità della situazione ma contribuiscono anzi a precipitarla nel metafisico autentico; l’effettistica digitale povera e incerta, la sostanziale assenza delle musiche e l’aritmia (o bradicardia) con la quale sono gestite le sequenze d’azione vanno a creare un insieme genuinamente perturbante, finalmente insolito. E in crescendo. Perché lo zenit arriva nei dieci minuti conclusivi, con l’arrivo della musica extradiegetica, la fuga in auto e l’apparizione della gigantesca creatura avvolta nella nebbia, ormai indifferente e/o ignara delle Umane Vicende, Grande Antica degna del miglior Lovecraft, momento di vera suggestione. Tutto questo poco prima del k.o. finale, quando Darabont tra(sgre)disce la fonte letteraria e alla naturale apertura del non-epilogo kinghiano preferisce una chiosa francamente sconcertante, fieramente antihollywoodiana, di difficile interpretazione [3], di crudeltà quasi gratuita, probabilmente “sbagliata” ma di sicuro e certificato effetto. Preterintenzionalmente o meno, The Mist lascia il segno.

[1] Darabont, per The Mist, ha mutuato un procedimento da lui stesso utilizzato per girare un episodio della serie The Shield, ossia l’impiego costante e contemporaneo di due macchine da presa: “Abbiamo fatto le scene dall’inizio alla fine, quasi come succede a teatro. Tutto il lavoro della macchina da presa è improvvisato. Si tratta di un approccio molto più libero, più ruvido, più in stile documentaristico. Si catturano i momenti anziché pianificarli in anticipo. Ti ci butti dentro. Billy e Richie (Bill Gierhart e Richard Cantu, i due cameraman che hanno lavorato in The Shield e che Darabont ha voluto in The Mist, insieme al direttore della fotografia Rohn Schmidt, ndr) improvvisano la posizione delle macchine da una ripresa all’altra, mentre io osservo quello che fanno in tempo reale sui monitor. Intervengo poi dopo ciascuna ripresa e faccio aggiustamenti o do consigli – un po’ più di questo, un po’ meno di quello – proprio come farei con gli attori. E poi giriamo di nuovo”. (FD)

[2] “King descrive il quadro d’insieme particolarmente bene, mi è piaciuto leggere questa specie di disintegrazione della società, tipo ‘Signore delle mosche’, che si verifica quando le persone vengono messe sotto pressione dalla paura” – e ancora – “Quello che è fantastico nella storia di Steve è l’idea che, sì, c’è questa nebbia che ti intrappola nel supermercato senza nessun indizio su quello che succederà dopo, ma la vera minaccia si dimostra essere non quella che c’è fuori, ma il terrore interno ad essa connesso, le persone nel supermercato che si mettono una contro l’altra. Improvvisamente i tuoi amici e i vicini si trasformano e diventano pericolosi”. (FD)

[3] La tentazione è quella di buttarla sul biblico e di vedere, nell’Apocalisse minima del povero David Drayton, una rilettura obliqua e blasfema del sacrificio di Isacco, già citato in precedenza nel film. Ma non se ne cava un ragno dal buco, temo.