Drammatico, Recensione

THE HOUSEMAID

Titolo OriginaleHa-nyeo
NazioneCorea del Sud
Anno Produzione2010
Durata107’
Sceneggiatura
Tratto dadall'omonimo film del 1960 di Kim Ki-young
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Sulla trentina, divorziata, Eun-yi è assunta come seconda domestica da una famiglia benestante in vista dell’imminente parto gemellare della padrona di casa Hae Ra. Sotto la supervisione dell’arcigna governante Byeong-sik, vero e proprio nume tutelare della dimora, inizialmente Eun-yi se la cava piuttosto bene e stringe una relazione affettuosa con Nami, la primogenita di Hae Ra. Ma la situazione si complica progressivamente quando diventa oggetto di attenzioni erotiche del padrone di casa Hoon, che finisce per metterla incinta.

RECENSIONI


Mettiamo subito le cose in chiaro: chi scrive non è un estimatore del film di Kim Ki-young del 1960 di cui questo The Housemaid costituisce, per così dire, un “antiremake”. Antiremake poiché Im Sang-soo prende le mosse dall’originale – considerato un imprescindibile classico del cinema coreano nonché uno dei migliori film realizzati nel Paese del Calmo Mattino – per smontarlo e ricomporlo secondo un’ottica smaccatamente contemporanea e femminile. Già, perché, per quanto si possa apprezzare l’asprezza melodrammatica dell’Hanyo originale, la pellicola di Kim Ki-young era e rimane una pellicola incernierata sull’autorità virile e, a dirla tutta, imperniata su un maschilismo addobbato da complice vittimismo (l’ammiccante epilogo ne è la indiscutibile e indigesta riprova). Questo per il semplice motivo che la logica della pellicola del 1960, come sostiene Im, rispecchiava la posizione di Kim Ki-young: “un uomo piuttosto anziano che, attraverso il film, parlava senza dubbio della propria situazione, della sua domestica, dei suoi fantasmi o della propria colpevolezza in un mondo in cui era molto comune, tra la classe media, avere personale a domicilio, che necessariamente creava una qualche tensione sessuale. Il film si basava quindi su questa semplice idea, quasi semplicistica: l’eroe si sente minacciato e cerca di salvare la sua famiglia”.


È dunque più che lecito pensare, stante la strategia di irriverente stravolgimento, che Im abbia inteso smitizzare l’alone sacro che circonda il film di Kim, prendendone il più possibile le distanze e riformulando pressoché integralmente il materiale di partenza. Contattato dal produttore Jason Chae per mettere in scena una sceneggiatura già pronta, Im ha cestinato lo script proposto e lo ha riscritto da cima a fondo, con tanto di strascichi polemici, per scongiurare il rischio “film su commissione” (“Ho scelto di riscrivere interamente la sceneggiatura, volevo essere l’autore completo del film e soprattutto non volevo trattarlo come una semplice commessa”). Senza alcun riguardo o timore reverenziale nei confronti dell’aureo classico di Kim, l’autore di Girls’ Night Out (1998) ha innanzitutto dislocato il milieu sociale di riferimento dalla piccola borghesia, classe protagonista della scalata al benessere negli anni ’60, all’alta borghesia, ceto paradigmatico di un benessere ormai conquistato e privatamente custodito (“Per me, il soggetto profondo del film, la posta in gioco più importante, era descrivere quelli che chiamo i “super ricchi” del 2010. Persone che vivono dietro un muro, isolati dal resto della società, protetti dal culto del segreto, ma che sono i veri dirigenti della Corea odierna”).


Ma a cambiare, soprattutto, è la direttrice narrativa del film: non più i tentennamenti erotici e i turbamenti morali(stici) del padrone di casa la cui sovranità è messa a repentaglio dalla tentazione femminile, ma la violenza fisica e psicologica subita da una donna di servizio in un ambiente in cui il privilegio economico si identifica col dominio e il sopruso. Una donna che, malgrado tutto, riesce a mantenere un’integrità profonda a dispetto delle offese ricevute (“La vedo come l’unico personaggio libero del film. La sola che non si sottomette mai. La sola che, alla fine, non è una serva”). In The Housemaid ci sono tutti gli ingredienti di ogni dramma borghese che si rispetti (promiscuità, infedeltà, gelosia, diffidenza, perfidia, slealtà, connivenza, simulazione, cinismo, reticenze, allusioni e vendetta), eppure Im, approfittando delle formidabili interpretazioni di Jeon Do-yeon nei panni di Eun-yi e di Yoon Yeo-jeong (attrice peraltro già accreditata in più film di Kim Ki-young) in quelli di Miss Cho, solleva l’asticella di una tacca portando il film a un’altezza in cui la tragedia trascolora in satira. È il sadomasochismo a imperare: sia quello di Eun-yi, che accumula remissivamente le umiliazioni e le prevaricazioni tramutandole infine in vendetta suicida, sia quello di Miss Cho, che spia e intriga in combutta coi padroni covando tuttavia un segreto disprezzo per la sua condizione di subordinata (“Ormai fa parte della mia natura”, confesserà sconsolata a Eun-yi).


Classe 1962, Im, tra i più talentuosi registi della sua generazione insieme a Kim Jee-woon, Lee yoon-ki e Hong Sang-soo, è cineasta eclettico e caustico, incline sia al realismo scontroso che alla stilizzazione estetizzante, non disdegnando inoltre graffianti distorsioni grottesche. E in The Housemaid i suoi tre volti cinematografici si manifestano chiaramente uno dopo l’altro: a un prologo contraddistinto dal realismo metropolitano (ampiamente frequentato in Tears del 2000) segue un corpo centrale trattato con levigata sontuosità stilistica (non dissimile da quella che si affacciava di tanto in tanto The President’s Last Bang). Man mano che i minuti passano la messa in scena si fa sempre più geometrica, marmorea, quasi fassbinderiana, ospitando sporadiche inclinazioni dell’inquadratura che, con le dovute proporzioni, ricordano l'inarrivabile Stanley Kwan di Red Rose White Rose. Nell’epilogo, infine, Im dà libero sfogo alla sua vena grottesca, immergendo la festa della piccola Nami in un’atmosfera morbosa e surreale tra pop (la riproduzione di un’opera di Robert Indiana come regalo di compleanno) e kitsch (il giardino arredato come un salotto con la madre che canta Happy Birthday à la Marylin). Un piano sequenza girato con steadycam grandangolare a suggerire visivamente la situazione psichica della bambina traumatizzata dal fiammeggiante suicidio di Eun-yi. Presentato in concorso al 64º Festival di Cannes, The Housemaid ci consegna l’immagine di un Im forma smagliante dopo la cocente delusione del lacrimoso nonché calligrafico The Old Garden.