Commedia, Drammatico, Thriller

PARASITE

Titolo OriginaleGisaengchung
NazioneCorea del sud
Anno Produzione2019
Durata132'
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

I quattro membri della famiglia di Ki-taek sono molto uniti, ma anche molto disoccupati, e hanno davanti a loro un futuro incerto. La speranza di un’entrata regolare si accende quando il figlio, Ki-woo, viene raccomandato da un amico, studente in una prestigiosa università, per un lavoro ben pagato come insegnante privato.

RECENSIONI

La (fine della) lotta di classe secondo Bong Joon-ho: una questioni di sensi, di (in)sensibilità, di forme e di proiezioni. Bong proietta nell’architettura moderna, popolare e borghese, il conflitto che nasce dalle disuguaglianze. Ma le classi inferiori non vogliono distruggere il sistema che le ha prodotte. Esse aspirano oramai, come profetizzato negli anni Settanta da Pasolini, a sostituirsi alla classe dominante, imitandone i modi, gli usi e i costumi. Lasciate ogni speranza (marxiana), voi che entrate nella splendida dimora della famiglia Park, scena principale di Parasite.
Tema caro all’autore di Snowpiercer, film nel quale già metteva in scena, attraverso una distopia “orizzontale”, la supremazia di una classe, il conflitto è in Parasite strutturato verticalmente: i borghesi, che abbiano la testa tra le nuvole o che rispondano ad un cinico pragmatismo iper-occidentale, sono (minimo) al piano terra; i reietti si annidano, invece, in seminterrati come parassiti, o in scantinati come topi. La domus borghese contemporanea, apparentemente aperta sull’esterno,  cristallizza la forma mentis e agendi dell’alta borghesia, una classe che, beatamente e stupidamente, vive “sopra”, crede di vedere e conoscere il mondo, ma in realtà dimentica, o fa finta di dimenticare, chi sta sotto, chiusa com’è nella sua lussuosa prigione di vetro, protetta dall’occhio vigile di telecamere di sorveglianza. Non ignora certo che il mondo sia fatto a scale, ignora giusto che siano solo loro a salirle. Tutti gli altri, a cominciare dalla famiglia di Ki-taek, scendono. Col rischio di non risalire mai più in superficie.

La famiglia di Ki-taek, stranamente somigliante a quella, allargata, dell’ultima splendida Palma Un affare di famiglia, si arrangia come può. Grazie all’intelligenza e creatività quasi da artista (ergo, fondata principalmente sull’imitazione e la manipolazione) del figlio Ki-woo, mette a frutto conoscenze e competenze non inferiori a quelle ostentate dalla classe dominante, riuscendo a penetrare provvisoriamente nell’alta società. Ed è a quest’abilità e scaltrezza che Bong sembra aggrapparsi quale unica speranza rimasta, unico segno di vita e di vitalità in una società contemporanea altrimenti mortifera. L’autore fa del giovane Ki-woo una sorta di doppio diegetico: è il giovane a costruire e governare il racconto, ad attribuire o ridefinire i ruoli.
Ma, come evocato sopra, Parasite è soprattutto una grandissima lezione di messa in scena di uno spazio architettonico iper-moderno, quello della villa-bunker della famiglia Park. Uno spazio in cui le mura non sembrano esistere, rimpiazzate da grandi vetrate, rettangolari come uno schermo cinematografico. La “mise en abyme” è patente. Bong riesce tuttavia, e magistralmente, a non farsi soffocare da una metafora di cristallina evidenza. La sfrutta al meglio, cinematograficamente e politicamente, inscrivendola in un racconto in cui tutto pare funzionare alla perfezione. Servito da una sceneggiatura che inanella senza interruzione idee il più delle volte sublimi, animato da uno spirito iconoclasta che oramai il cinema occidentale si sogna, Bong coglie nel segno e lascia sovente stupefatti per l’abilità con la quale riesce a giostrare le differenti pedine del gioco al massacro, a modulare umori e mescolare generi: farsa (l’irresistibile sequenza della tavola bassa), commedia, dramma, grottesco e persino “apocalittico” (l’incredibile, superba inondazione dei bassifondi, con tanto di esplosione delle cloache). Il tutto senza che il ritmo conosca pause o cedimenti. Parasite è un film “pieno”, pienissimo, forse fin troppo. Ma avercene, direbbero altri.
Se non sembra esserci speranza alla fine di questo irresistibile periplo, se il dialogo tra classi è impossibile e non può che risolversi nell’imitazione/proiezione o in una sonora deflagrazione; se la presa di coscienza è vana (a Ki-woo non resta che aspettare inutilmente di diventare ricco per ritrovare suo padre), il messaggio trans-generazionale può ancora miracolosamente essere trasmesso, in codice: una luce governata dal basso che ci illumina e ci salva dalla rassegnazione (quasi totale) e dalla desolazione (indubbia). Perché la cantina è una sorta di caverna di Platone a contrario: chi vive sotto sa, chi vive sopra non sa o finge di non sapere. Il sole della triste realtà in cui viviamoè accecante per tutti, vittime e carnefici, dominanti e dominati: siamo tutti il parassita di qualcun altro. Ridiamoci su, anche se c’è ben poco da ridere.