TRAMA
La vita di Sarah è in pericolo: un cyborg killer proveniente dal futuro ha l’incarico di ucciderla prima che possa partorire l’uomo che guiderà la resistenza umana contro le macchine…
RECENSIONI
Tra un futuro di eterna guerriglia e un presente d’ineluttabile violenza (accomunati da una desolazione urbana fatta d’inquietanti bagliori, trash e ombre misteriose) si gioca la partita decisiva per la sopravvivenza dell’ex dominatore incontrastato del pianeta: due guerrieri (il primo umano, il secondo micidiale) si scontrano per decidere la sorte di una Vergine che porta in sé il seme della rigenerazione. Strutturato come un action thriller convenientemente cupo e decadente, TERMINATOR sconvolge con ironia gli equilibri fin troppo manichei edificati dalla mera narrazione: non più ottimi umani vs. macchine pessime, ma una giostra di amore e morte che unisce indelebilmente carne e chip, metalli e sangue (non ancora) vivo in un’epica dal gusto biblico e dai contorni perennemente incerti (la diffidenza di Sarah nei confronti del suo presunto difensore). Un horror postmoderno, in cui la storia d’amore fra il sognante paladino giunto da un mondo sommerso e la cotonata (ape) regina dalle insospettate ruvidezze paramilitari è solo un flebile pretesto per seguire il vero protagonista, l’infernale macchina perfetta indicata dal titolo: Schwarzenegger, adeguato come non mai, incarna (alla lettera) un ibrido mostruoso e irresistibile, creatura dalle mille facce sovrapposte e convergenti, specchio per nulla deformante ed eco impietosa di sopraffazioni universali, culmine e nemesi delle storture umane. TITANIC robot, impegnato in un viaggio determinante per l’evoluzione (o l’involuzione) della Storia universale e destinato a risolversi in un naufragio lento e inarrestabile (una metamorfosi interminabile e venefica che soltanto un intervento omeopatico può soffocare), il cyborg fatto di acqua, metallo e luce è il cuore di un film che, quando abbandona i vaniloqui filosofici e gli amori paradossali, regala schegge di puro cinema (il congelato gioco di sguardi paralleli e gesti fulminei nel locale sovraffollato, l’esplosivo prefinale).

In pochi avrebbero scommesso sulle doti di James Cameron dopo aver visto il suo (fino ad un certo punto) Pirana Paura, tantomeno credevano nel successo del progetto attori e produttori coinvolti. Cameron è anche sceneggiatore unico, nonostante sia accreditata anche la moglie produttrice Gale Ann Hurd, fondamentale per un progetto indipendente e con l’arte del basso costo imparata dall’autore sui set di Roger Corman (compreso il meraviglioso low-budget fantascientifico di Il Pianeta del Terrore, di cui era regista della seconda unità). Un thriller tesissimo, forte di un racconto di resistenza dalla simbologia cristologica (la muscolosa Linda Hamilton, prototipo delle eroine cameroniane, è la Madre del Salvatore) e di efficaci effetti speciali del mago Stan Winston che, al posto della stop-motion utilizzata per le sequenze ambientate nel futuro, privilegia i suoi rivoluzionari “animatronic” per il terminator, nati dallo studio della tecnologia dei pupazzi in Dark Crystal (sorprendenti, all’epoca, le scene in cui il terminator si “aggiusta” da solo). Per un cyborg con physique du rôle e poche parole, l’interpretazione di Arnold Schwarzenegger è perfetta: l’intuizione di scritturarlo (e convincerlo) per la parte è stata fondamentale. Scene d’azione notturne, musica elettronica di Brad Fiedel, totale spirito da B-movie (violenza, libertà nello sperimentare restando nei canoni) che, con il talento di Cameron, invade il campo della serie A: il film deve molto alla fantascienza anni cinquanta (è, in fondo, un “film di mostri”) e a Il Mondo dei Robot di Michael Crichton ma fu lo scrittore Harlan Ellison ad accusarlo di plagio, vincendo la causa, del suo racconto “Soldier” per il serial “The Outer Limits”.


