Drammatico, Recensione

SYDNEY

NazioneU.S.A.
Anno Produzione1996
Durata101’

TRAMA

Un distinto signore, di nome Sydney, raccoglie uno squattrinato dal marciapiede e gli insegna alcuni trucchi per far soldi al casinò. Chi è? Perché fa il benefattore?

RECENSIONI

Fatta la tara delle manomissioni della produzione, un esordio non del tutto riuscito ma sicuramente interessante, da parte di un giovane segnalato dal Sundance Film Festival. Paul Thomas Anderson, nel 1994, aveva vinto con il suo cortometraggio Cigarettes & Coffee e Sydney ne è un’estensione, con i vezzi tipici (e quasi obbligati dal basso budget) del cinema indipendente americano: minimalismo che punta sugli interpreti e un soggetto curioso da sviluppare con ingegno soprattutto in sede di sceneggiatura (situazioni, personaggi e dialoghi). Anderson dichiara di amare Scorsese, Cassavetes, Mamet e Truffaut (ma c’è anche Robert Altman): è facile rinvenire le tracce dei suoi padri putativi fra casinò, gangster e coppia maestro-allievo da Il Colore dei Soldi (Scorsese), nel realismo quotidiano che si circonda di un'aurea vagamente “straniata” e svogliata, anche con l’uso parco ma efficace dei flashback pseudo-umoristici (Cassavetes); nello studio dei personaggi attraverso il verbo (Mamet) e nell'affetto che riserva loro rivelandone i sentimenti più teneri (Truffaut). A rendere intrigante la pellicola è, in realtà, il mistero che circonda la figura del saggio e gentiluomo “Sydney”: in un primo momento, il carattere dell’ottimo John C. Reilly potrebbe essere solamente la sua ingenua vittima ma Anderson, anche per mettere in scacco il cinismo e la diffidenza, a seguire pare semplicemente proporci la figura di un uomo veramente “buono”. Il colpo di scena finale ridimensiona in parte questo punto di vista insolito, lasciando troppi sospesi. L’otto-reale (hard eight) del titolo originale è un gergo del gioco d’azzardo.

Spietati - Recensioni e Novità sui Film