Thriller

SWIMMING POOL

TRAMA

Francia meridionale. Sarah Morton, scrittrice in panne, sta trascorrendo un periodo di relax in una villa di proprietà del suo editore. L’incontro con Julie, figlia del padrone di casa, produrrà un cambiamento decisivo nella vita e nell’opera della donna…

RECENSIONI


Mi chiedevano spesso: "Come fa a fare un film dietro l'altro? Dove trova l'ispirazione?". Ho avuto l'idea, per rispondere a questa domanda, di proiettarmi in un personaggio di scrittrice inglese, invece di parlare di me in quanto cineasta. Come uno scrittore trova l'ispirazione? Come inventa una storia? Che cosa lega questa storia alla realtà?

Da uno schermo nero, scalfito da titoli blu elettrico, emerge la superficie melmosa del Tamigi: assecondando il moto ascendente della macchina da presa, prendono forma e autunnale consistenza i tetri edifici della City. L’acqua viscida e il cielo pietrificato si dissolvono nell’azzurro di un orizzonte campestre, riflesso dal quadro sontuosamente blu di una piscina screziata di foglie morte e batteri vivificatori. La villa silenziosa e parzialmente arredata, la vegetazione – un prato deliziosamente uniforme (destinato a farsi più frastagliato) su cui spicca un fiore rosso, una goccia di sangue (più gocce di sangue?) – che sprofonda nel liquido abbraccio della piscina, celata da un telo grigio che potrebbe anche nascondere cose molto cattive, un surreale materassino (rosso) e una sobria sedia a sdraio, echi sadiani (Julie come Juliette?), mosse incompiute, vitree sovrapposizioni. Hitchcock, Buñuel e Resnais sono gli invitati d’onore al party in pieno sole, ma il regista possiede una tale maturità di sguardo e un potere ipnotico tanto suggestivo e personale che è possibile definire Swimming pool un Sotto la sabbia immerso nel grottesco proteiforme di Sitcom e nella sinuosa claustrofobia di Gocce d'acqua su pietre roventi: l’en plein air è appena un miraggio (l’enigmatico teatro delle ombre conclusivo), alimentato dai lampi di un eros umorale, unione estrema di desiderio e minaccia (Amanti criminali). Allucinazione irresistibile, che flirta con i manierismi e, senza lasciarsi soffocare, li fa a pezzi per ricostruirli collocandoli nel proprio squisito arabesco di tensioni furtive e orrori (in)sospettabili. I fan della storia, della logicità, dell’immediato riconoscimento referenziale (“non sono la persona che lei crede”) faranno meglio a rivolgersi ad altri autori e/o editori.


Ovvero La piscina con quesito cine-filosofico: basta un finale inappuntabile per raddrizzare ogni indigesta bizzarria dei fotogrammi precedenti? Nel dolce far niente di Ozon, concentrato sulla solitudine di una scrittrice (f)rigida, irrompe la musa ispiratrice, una Lolita dissoluta, una proiezione della malizia perduta o mai posseduta, un contraltare programmatico della vita (solo) scritta. La piscina si riempie di sguardi voyeuristici, carnalità in svendita, buffe e dispettose competizioni muliebri. L’ironia è sottopelle e sovente esplode in irritanti iperboli che, alla luce di un inatteso colpo di scena, non sono più gratuite (conta l’equilibrio durante o dopo la visione?). Da rileggere: l’amore impossibile per l’editore (rewind: si materializza in un romanzo inedito); l’insensato dettaglio del crocefisso (rewind: morale bigotta); il confuso lesbismo (rewind: solo nostalgia di un corpo giovane?); gli oltremodo insistiti sguardi di Ozon sulle nudità della Sagnier (rewind: fantasie in soggettiva); gli infondati sospetti d’omicidio; vari atti inverosimili (rewind: alla fantasia non si comanda), come la masturbazione barista/lolita, il seno al vento per tentare il vecchio contadino, fino alla stravaganza della nana. Se Ozon, alla degenerazione grottesca, avesse preferito una matrice più verosimile, avrebbe evitato l’insofferenza dello spettatore. Ma ama troppo gli scherzi cerebrali autorali per rinunciare a ridere sotto i baffi. Contento lui. E’ così che la donna di mezz’età si "rituffa" nella vita, entra nel corpo della ragazza sdraiato al sole (divertente il trattamento identico riservato alle due protagoniste dalla macchina da presa) e, di riflesso, inonda di giallo la vicenda: l’omicidio c’è stato oppure no? La vittima era una conquista mancata e castigata? Fin dove si sono spinte le pulsioni di una scrittrice e di un regista che hanno cambiato volto alla loro creazione?


La pagina bianca può diventare un incubo per un autore e François Ozon, con l'ironia che lo contraddistingue, pare volerci giocare un po' su. Mette infatti in piedi un racconto che tinge di un tenue giallo il difficile processo di creazione artistica della scrittrice Sarah Morton, alle prese con un romanzo nero, o "polar", per dirla in modo da non irritare i francesi. Gli elementi per incantare ci sono tutti: una elegante ambientazione nel Sud della Francia, atmosfere torbide, due personaggi complementari e due interpreti non banali. La magia di Otto donne e un mistero, però, non si ripete. La piacevole cornice è infatti priva di vigore narrativo e il film gira a vuoto intorno a un'idea stimolante ma tirata per le lunghe in modo da riempire le pagine del libro della protagonista e i fotogrammi della pellicola. Mancano dialoghi vivaci e situazioni spumeggianti a colorare una vicenda che comincia in sordina, lancia qua e là esche accattivanti, ma si sgonfia con rapidita', lasciando a una soluzione cerebrale il difficile compito di tirare le fila. Il classico scontro tra personalita' contrapposte (la donna ossuta e glaciale da una parte, la ragazza florida e ruspante dall'altra) non provoca scintille e risolve nel tiepido le differenze caratteriali, esagerando con gli stereotipi (una mangia, fa l'amore, espone il suo corpo, ascolta musica a tutto volume, l'altra succhia yogurt, è sessualmente frustrata, si vergogna della sua nudita' e predilige il silenzio). Il thriller fa capolino fuori tempo limite e aggiunge solo sfumature grottesche virando nel nonsense il potenziale drammatico. Tra la veterana Charlotte Rampling e la ninfetta Ludivine Segnier, a uscirne vincente, nonostante il minor numero di copertine sui giornali d'Oltralpe, è la Rampling. Con l'asimmetria del suo viso enigmatico, abbinato alla fisicita' dinoccolata, è perfetta negli spigoli dell'autrice letteraria in cerca di ispirazione e riesce con spontaneità a trasmetterne lo scioglimento emotivo (basta vedere, al riguardo, la riuscita scena del ballo a tre). La giovane Segnier, invece, prova a imporsi come nuova Lolita. Il fisico ce l'ha, ma il carisma latita e, nonostante si presti con generosità al non facile ruolo di musa, finisce vittima di un personaggio già sulla carta prigioniero del luogo comune. Sì, certo, la confezione è sofisticata e la regia gioca con classe sul senso del film librandosi sinuosa tra superfici riflettenti (vetrate, specchi e acque cristalline) ma l'approccio è tutto di testa e di mordente ce n'è pochino.