TRAMA
Il film, diviso in sei capitoli non in ordine cronologico, racconta l’incontro fatale e distruttivo tra la Lady, giovane donna in cerca di emozioni forti, e il Demone, uomo dall’apparenza feroce.
RECENSIONI
C’è una donna in lacrime, in fuga, spaventata e ferita. Una corsa in slow motion, una ballata languida, una caccia spietata che si inoltra nei terreni boschivi dell’America profonda. È la conclusione di un gioco sadico, estremo - il quarto dei sei capitoli del film -, l’esito di un incontro erotico iniziato con la persona sbagliata e avviato verso una destino funesto. Il quarto capitolo è l’inizio del film, gli altri cinque seguiranno in ordine sparso, come i bastoncini del gioco Shanghai, sciorinando una sequela di svelamenti che rovesceranno di volta in volta i convincimenti dello spettatore. Quella del BDSM è una pratica a cui migliaia di persone si dedicano con senso di responsabilità, come esplorazione consapevole dei limiti del piacere. Il cinema, però, raramente ne ha restituito la complessità: quando non lo addolcisce in un feticismo da rivista patinata, sempre attraversato da una filigrana moralistica (9 settimane e ½, la trilogia delle Sfumature), lo riduce a pericolosissima deviazione patologica. Spesso gli autori vi hanno intravisto soltanto l’anticamera della violenza o della follia: in In the Cut di Jane Campion, il desiderio è intimamente contaminato dal sospetto; in L’amant double di Ozon la passione precipita nell’allucinazione; in Hellraiser o Ichi the Killer, il piacere coincide letteralmente con la carne straziata. JT Mollner sceglie questa terza via, spingendo l’erotismo verso la distruttività pura, in una tensione che ricorda la dialettica di Georges Bataille tra desiderio e annientamento: l’eros come perdita di sé, come spinta verso la dissoluzione. La domanda iniziale (“Sei un serial killer?” - “Nel caso, te lo verrei anche a dire”, verrebbe da rispondere al posto del Demone) mette subito in corto circuito il tema del consenso, del rischio e della fiducia. Strange Darling osa, si spinge al limite di ciò un’epoca consente di mostrare e si muove come un esperimento morale sull’ambiguità del desiderio nell’epoca del #metoo: chi è che manipola, chi è che seduce, e quanto la libertà erotica possa resistere quando il desiderio e la volontà dell’altro escono dai confini del ruolo e diventano solo minaccia.
La regia alterna il pulp del primo Tarantino - la destrutturazione dell’ordine cronologico, il gusto per il rovesciamento - a un tono più cupo, quasi espiatorio, che ricorda Shyamalan e la sua ricerca del plot twist a tutti i costi. Non c’è ironia, solo un progressivo spogliarsi dei personaggi, fino all’osso del trauma che ognuno cerca di rimuovere. La fotografia di Giovanni Ribisi (proprio lui, il testimonial di Scientology, ma soprattutto il volto inquieto - tra gli altri - di The Gift) costruisce la tensione attraverso il colore: giallo e rosso saturi nelle esplosioni di violenza, blu al neon nelle attese, inserti in bianco e nero come desaturazione che scivola verso il buio della dissolvenza. È un dispositivo di narrazione, più che decorativo, che traduce le pulsioni contrastanti in pennellate di luce. Nel capitolo (provvisoriamente) finale, il riferimento a Gary Gilmore, il serial killer giustiziato nello Utah nel 1977 e divenuto simbolo della pulsione di morte americana in una delle più note e ispirate canzoni dei Police (Bring on the Night), esplicita il sottotesto: la violenza come specchio del desiderio, la colpa come condizione di esistenza. Non a caso la colonna sonora mescola i Notturni di Chopin (nelle sequenze blu) alle orchestrazioni di Craig DeLeon e alle ballate di Z. Berg che fanno da contrappunto alle più sfrenate efferatezze, fra cui Love Hurts, brano degli anni ‘60 reso popolare dalla versione power ballad dei Nazareth, e Sous les pavés, rielaborazione del celebre slogan del ’68. Ma la promessa utopica del motto - “sotto i sampietrini, la spiaggia” - subisce una rielaborazione tragica: sotto la pelle lacerata, il sangue che sgorga e non si ferma. Strange Darling è un film che finge di essere un thriller erotico e invece parla del fallimento della fiducia, non solo all’interno della coppia, ma anche in chi assiste come soccorritore e - oltre la quarta parete - come spettatore. Del bisogno di spingersi al limite per sentirsi vivi, e del rischio costante che quel limite si trasformi in un abisso. Non c’è redenzione né catarsi, solo il lento, ipnotico riconoscimento che nel corpo dell’altro si nasconde sempre qualcosa di estraneo, forse di mortale. Mollner non ha paura di sporcarsi le mani con il desiderio e di guardarlo nel suo volto più crudele. Se il suo cinema inciampa a volte nell’eccesso, è perché, come direbbe Bataille, non c’è vero erotismo senza la minaccia della morte. E in questo, al netto di qualche difetto che potrebbe far alzare il sopracciglio (l’eccesso di plot twist che per ottenere l’effetto jumpscare si prendono qualche licenza poetica di troppo, fino a lambire il vampirismo, minando in parte la credibilità di alcuni sviluppi), Strange Darling è vivo e intenso, e rappresenta una solida seconda prova per il regista di Las Vegas, cresciuto tra zombi, demoni e fantasmi nelle haunted attraction di famiglia.


