Thriller

STATE OF PLAY

Titolo OriginaleState of Play
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2009
Genere
Durata125'
Tratto dadalla omonima miniserie Tv della BBC creata da Paul Abbott
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Cal McAffrey, storico redattore di cronaca del quotidiano “Washington Globe”, testata in crisi di vendite, deve scrivere un articolo su un omicidio avvenuto nei bassifondi di Georgetown. Spulciando i numeri di telefono sul cellulare della vittima, scopre che questo caso è collegato alla morte di Sonia Baker, giovane ricercatrice impegnata in un’inchiesta sulle pratiche di outsourcing del Dipartimento della Difesa. Condotta da una commissione guidata dal deputato Stephen Collins, legato sentimentalmente alla donna scomparsa nonostante sia sposato da dieci anni con Anne, l’inchiesta tocca interessi economici vertiginosi (dai 30 ai 40 miliardi di dollari all’anno): il prezzo pagato dal Ministero della Difesa all’impresa privata di vigilanza Pointcorp per la gestione della sicurezza all’estero e in patria. McAffrey, amico di Collins dai tempi del college, finisce così per occuparsi del caso Baker, fiancheggiato dall’inesperta Della Frye, giovane giornalista che cura la sezione on line del giornale.

RECENSIONI

State of Replay

Adattamento dell’omonima miniserie televisiva di 6 ore della BBC ideata nel 2003 da Paul Abbott (qui in veste di produttore esecutivo), State of Play è il classico prodotto hollywoodiano iperblindato: copione già collaudato, staff di sceneggiatori d’ordinanza (Carnahan, Gilroy e Ray), cast prestigioso (Crowe, Affleck Sr., Mirren, Wright Penn), direttore della fotografia di punta (Prieto) e regista disciplinato (Macdonald). Qui si va assolutamente sul sicuro: non un ingrediente è fuori posto, non una sorpresa è contemplata. Vi è spettacolo (le numerose e ben orchestrate sequenze action, a partire dall’incipit notturno), vi è complicazione sentimentale (almeno tre: quella iniziale di Stephen e Sonia, quella passata di Anne e Cal e quella sfibrata tra Stephen e Anne), vi è conflittualità professionale (tra il vecchio e lento redattore e la giovane e vulcanica blogger, con l’isterica editor a scassare indiscriminatamente i maroni) e vi è componente politica (la ristrutturazione della difesa nazionale, in veloce trasferimento nelle mani delle imprese di vigilanza privata). Sfido chiunque a lamentarsi: Dinamismo, Emozioni, Deontologia e Politica. Ce n’è per tutti, anche troppo.
Un recensore educato e giudizioso a questo punto parlerebbe delle interpretazioni del cast, elogiando le prove di Russell Crowe (Cal McAffrey) e Robin Wright Penn (Anne Collins) nonché spargendo caustiche considerazioni su quelle di Ben Affleck (Stephen Collins) e Rachel McAdams (Della Frye). Poi passerebbe a evidenziare la solidità della sceneggiatura che, per quanto intricata e complessa, si lascia padroneggiare senza troppa fatica e infine, con eroico zelo, concluderebbe soffermandosi sulla “regia di polso” del quarantaduenne regista scozzese Kevin Macdonald che, coadiuvato dalla fotografia blandamente sperimentale di Rodrigo Prieto (cinepresa con lenti anamorfiche per il mondo del giornalismo e digitale in HD per quello della politica), si mette al servizio degli attori e della storia pur non rinunciando a calibrati pezzi di bravura in cui mettere a frutto il suo passato di documentarista (il già citato incipit e i titoli di coda in rotativa su tutti). Il sottoscritto, invece, piuttosto contrariato da questa riproposizione fuori tempo massimo di Tutti gli uomini del presidente e sensibilmente scocciato dai numerosi ammiccamenti visivi al cinema della New Hollywood (come la focalizzazione funzionale, vale a dire la messa a fuoco variabile dell’inquadratura che seleziona progressivamente gli elementi salienti dal punto di vista narrativo) si rifiuta categoricamente di fare tutto ciò e si limita a manifestare il suo svogliato disinteresse per prodotti cinematografici così diligentemente (e artatamente) allestiti.

Adattamento statunitense e cinematografico di una fortunata miniserie televisiva inglese (sei parti) del 2003, creata da Paul Abbott. Gli sceneggiatori coinvolti rivelano già molto: ci sono la penna di prestigio di Tony Gilroy, passato alla regia proprio con pellicole incentrate su complotti e multinazionali (Michael Clayton, Duplicity), quella di Billy Ray, anch’egli finito a dirigere film politico-giornalistici (L’Inventore di Favole, Breach-l’infiltrato) e quella di Matthew Michael Carnahan, autore di Leoni per Agnelli, altro film immerso in politica, scandali di guerra e quarto potere. Lo script è, infatti, per gran parte inaffondabile, apre più fronti d’indagine e introduce numerosi temi, fra cui alcuni inediti rispetto alla serie televisiva: ad esempio, il giornalismo indipendente tradizionale, su carta stampata, soppiantato da quello su internet, fatto da blogger senza fonti e cognizioni di causa o guidato da logiche del profitto che preferiscono lo scandalo alla verità. Il cast è sopraffino: da plauso il caporedattore di Helen Mirren, il viscido politico di Bill Pullman e il P.R. di Jason Bateman; sempre più bolso, invece, Russell Crowe. Alla regia c’è il capace Kevin MacDonald, artigiano scozzese che sa come “nobilitare” il genere e mettere in scena un cinema “giornalistico”: però proviene dai documentari e ha il tallone d’achille nella credibilità dei profili psicologici e dei coup de théatre tipici della “fiction”. Dopo un ottimo lavoro di montaggio, ritmo incalzante, appassionanti indagini colme di pericoli, infatti, tutto si incrina con lo sgraziato contro-colpo di scena nel finale, che ribalta ogni cosa e rinnega l’eccitante sobrietà precedente.