Orrore

SOMNIA

Titolo OriginaleBefore I Wake
NazioneU.S.A
Anno Produzione2016
Genere
Durata97'
Montaggio

TRAMA

Alle prese con un rapporto sofferto, Jessie e Mark Hobson non sono più gli stessi dopo la perdita del figlio Sean. Non potendo avere altri bambini e nel tentativo di superare il dolore, la coppia decide di prenderne uno in adozione. Così, accolgono in casa Cody, un bambino di otto anni. Cody è un bambino dolce, affettuoso e intelligente con una strana fobia: fa di tutto per non addormentarsi. (dal pressbook)

RECENSIONI


Il cinema di Mike Flanagan è quanto di più riconoscibile nell’horror contemporaneo. Non stupisce allora il legame indissolubile che lega Somnia alle due opere precedenti (Absentia, Oculus). Potremmo considerare questo ultimo lavoro come una variazione sul tema di, un’ulteriore tappa di un discorso perturbante che indaga la famiglia e il suo luogo domestico, crogiolo di rimossi pronti a riemergere sotto forma di allucinazioni che minano l’equilibrio psichico dei personaggi. Alla base vi è sempre un fattore scatenante di natura traumatica: in Absentia l’inspiegabile scomparsa di un marito, in Oculus un uxoricidio/parricidio come punto di arrivo di una follia degenerativa di una coppia, in Somnia la morte di un figlio per annegamento (Changeling docet). Ne consegue un equilibrio precario dei protagonisti, sospesi nell’inquietante confine che separa realtà e finzione. La difficoltà di elaborare un lutto diventa così lo stato alterato di coscienza in cui si riflettono i fantasmi della mente che, seguendo le suggestioni tipiche del J-Horror, destabilizzano la casa e condizionano la percezione dei soggetti interessati, intrappolandoli in uno spazio/tempo prossimo a quello di un sogno lucido.
Nei suoi film Mike Flanagan parte sempre da un’ambiguità di base, dove lo spettatore non riesce a comprendere quanto il personaggio ossessionato sia vittima di psicosi o di apparizioni soprannaturali. Succede in Absentia con la (presunta) vedova che vacilla di fronte alle apparizioni dello spettro del marito, ritorna con i due orfani di Oculus in balìa dei flash del passato e trova conferma nel dolore di Jessie incapace di colmare il vuoto per la morte di Sean. Il passo successivo è la conseguente materializzazione mostruosa della perdita, che si proietta all’interno del quotidiano e innesca un conflitto dalle tipiche coordinate orrorifiche. Certo, l’elemento destabilizzante ha sempre un’evoluzione soprannaturale (un insetto simil-IT, uno specchio malefico, la luccicanza di un bambino) e trova quindi nel genere la sua inevitabile gratificazione; ma ciò che interessa al regista è il rapporto tra la realtà e l’immaginazione e di come quest’ultima sia spesso la soglia per affrontare i demoni interiori. 


Cody, interpretato da Jacob Tremblay (Room), è a tutti gli effetti un clone dell’indimenticabile Danny Torrance per le sue doti sensitivo/medianiche. In Somnia il potere del piccolo protagonista è ancora più estremo, vista la capacità di materializzare nell’ambiente circostante i propri sogni (e incubi) mentre sta dormendo. Non è difficile immaginare come non tardino ad arrivare le suggestioni à la Craven con l’esigenza del bambino di non assopirsi per non dare via libera al suo uomo nero, il Mostro Cancro (un incrocio tra lo Scarecrow e un Grigio). Cody si scola un energy drink dietro l’altro, nascosti accuratamente dentro una scatola dei ricordi, pur di non crollare sul letto e dare il via libera alla sua affascinante quanto pericolosa energia creativa.
Un’energia creativa che ha la sua chiave nella riproduzione e rielaborazione della realtà, ecco quindi che la visione di una foto del figlio morto della coppia che l’ha adottato o di un video girato durante la notte di Natale, diventa una suggestione da rivisitare in fase onirica. Cody a suo modo è un piccolo regista che ripropone illusoriamente le tracce del passato e, in maniera assai brutale, ci porta a riflettere sull’effimera dipendenza che abbiamo nei confronti delle immagini e di come queste penetrino la realtà. Jessie farà di tutto per tenere con gli occhi chiusi il bambino così da poter ritoccare con mano il figlio morto e rivivere compulsivamente gli attimi ormai perduti.


Il nuovo film di Flanagan è senza dubbio il più visionario. Parliamo comunque di un autore molto asettico nella rappresentazione che non si è mai inoltrato dentro l’horror con chissà quale esigenza spettacolare. Con pochi elementi e una quasi unità di luogo (la casa), ha dalla sua la capacità di creare inquietudine, dosando i movimenti di macchina e concentrandosi su un’immagine dove le parti immerse nell’oscurità e il fuoricampo nascondono la potenziale paura.
In Somnia inoltre è radicale l’uso della messa in quadro, con una predominanza dei primi piani. Si tratta di un taglio già presente in Absentia e Oculus, ma qui è davvero insistito. A livello narrativo la scelta cerca di intensificare lo stato emotivo dei personaggi (il dramma è elemento primario nel cinema di Flanagan) e dare poco margine di controllo allo spettatore. Su un lato invece più propriamente teorico, tale scelta richiama la matrice fotografica dell’immagine incastrando i personaggi all’interno di una cornice che potrebbe essere una proiezione di quelle presenti sui muri delle abitazioni. Siamo sempre lì, in uno stato di confine, dove il passato/presente, realtà/finzione, verità/illusione, flashback/flashforward vanno a braccetto e si confondono dentro il set domestico.


Somnia, pur cercando di esplorare territori diversi, rimane impantanato in formule piuttosto derivative. E’ sempre più ingombrante il referente kubriackiano di Shining più e più volte omaggiato, e fin qui niente di così assurdo. Quando però il film cerca di fuoriuscire dall’incubo della casa e prova a toccare territori esterni cade inevitabilmente in luoghi comuni (la scuola con il bullo di turno da punire, il manicomio che nasconde verità del passato) che, con tutto l’impegno che uno ci può mettere, procedono sempre con il pilota automatico. A non funzionare poi è l’irruzione del fiabesco, che vorrebbe proprio essere l’elemento cardine dell’operazione, ma rischia costantemente di cadere nell’autoparodia e si stempera in sterili parentesi in cui l’emozione fa fatica a prendere il sopravvento.
Indipendentemente dagli esiti, Somnia si inserisce con coerenza in una tendenza dell’horror degli ultimi anni di dare forma alle minacce insite tra le mura, in cui il rimosso alberga mostruoso ed è pronto a fuoriuscire. Mai come ora, uno dei luoghi per eccellenza del genere, la casa, è integrata al nostro inconscio e a quello che non accettiamo, che non vogliamo vedere. E molto spesso, come ci insegna Babadook o La Madre, si tratta di un corpo ferito che ha solo il bisogno di trovare la sua giusta posizione.
Se poi si riesce a evitare lo spiegone finale, ancora meglio.