Bellico

SINFONIA DI GUERRA

Titolo OriginaleThe counterpoint
NazioneU.S.A.
Anno Produzione1967
Genere
Durata107’

TRAMA

Belgio, 1944: un generale nazista, amante della musica, salva dalla fucilazione un’intera orchestra sinfonica statunitense, ma il direttore di quest’ultima, orgoglioso e testardo, non vuole suonare per il nemico.

RECENSIONI

Il romanzo “The General” di Alan Sillitoe, da cui è tratta la pellicola, è adatto alle corde di Ralph Nelson (autore tutto da riscoprire), non solo per la bizzarria con cui sposa passaggi tesi e/o avvincenti con più sapide riflessioni sotterranee o parallele ironie, ma perché il regista partecipò alla Seconda Guerra Mondiale proprio con una di queste “unità ricreative” (nel ramo teatrale, però). Purtroppo regia e sceneggiatura (James Lee e Joel Oliansky), ad un certo punto, dimenticano l’una le tracce autobiografiche, l’altra le tematiche più interessanti, quali il ruolo dell’Arte nelle dispute terrene, il confronto fra due culture gli estremi, il prezzo dei princìpi e così via. Le schegge anomale del cinema di Nelson non mancano, ma sono poco approfondite (il contorto triangolo amoroso, ad esempio) e l’opera finisce per concentrarsi solo sull’epico scontro fra due “super-uomini” speculari, arroganti ed autoritari, intelligenti e testardi, con le armi del sotterfugio e della crudeltà contro l’idealismo e la scaltrezza, in una partita strategica che diventa allegorica della guerra stessa, fra democrazia e totalitarismo (l’orchestra statunitense, però, nella sua gerarchia ricorda più una dittatura: altro punto stimolante non sviluppato). Anche qui, gli autori non disegnano in modo soddisfacente il generale tedesco, nel momento in cui è poco credibile la sua ossessione nel vedere ai propri piedi l’antagonista (rischiando uomini e carriera). Veniamo ai pregi: la splendida fotografia monocromatica di Russell Metty, rosso dominante per gli interni, per dare sangue alla musica e all’inquietudine e su tonalità blu o bianche al di fuori della “prigione”, evocative di cupi scenari di guerra (e in bianco e nero, come la memoria cinematografica ce li restituisce); il modo in cui Nelson orchestra la tensione (memorabile la sequenza del trombone) e dirige le interpretazioni; certi dialoghi che fulminano letteralmente (versione italiana a parte, che doppia anche il tedesco); l’opera nel suo complesso per quest’aria molto inglese, fra anticonformismo ed eccentricità nel genere bellico.