Commedia

SI PUÒ FARE

TRAMA

Milano 1983. La Legge Basaglia ha chiuso i manicomi, Nello (Claudio Bisio) viene allontanato dal sindacato e assume la direzione di una cooperativa di ex pazienti degli istituti psichiatrici.

RECENSIONI

Presentato fuori concorso al Festival di Roma, subito molto amato, Si può fare è il lavoro di un regista, Giulio Manfredonia, che conosce bene gli estremi di riferimento: se la prova precedente, E’ già ieri, rifaceva Ricomincio da capo di Ramis, stavolta siamo vicini al Forman di Qualcuno volò sul nido del cuculo (leggi: estraneo penetra in ambiente manicomiale e lo sovverte). Ma le suggestioni sono anche nazionali: Manfredonia guarda al “grande film popolare” e ne rispetta le regole non scritte, dal titolo obamiano-modaiolo - invero si narra che “si può fare” fosse lo sprone reale che i capi delle coop sociali rivolgevano ai loro soci – alla grammatica stilistica, compilata perlopiù in primi piani e piani americani, con alcuni campi medi e pochi totali (insomma, facilitare la comprensione dell’occhio); dal protagonista “volto noto”, riproposto in altra veste per gettare fumo negli occhi, all’attenta mescolanza di generi, con L’isola che non c’è di Bennato a fare da riconoscibile collante musicale: la facciata non si deve incrinare più di tanto e lo sbocco sarà sempre positivo. In questo contenitore, si muovono una serie di approcci disomogenei per stato di sviluppo: c’è la base ideologica, che non importa minimamente all’autore (lo dimostra l’incipit e il veloce disbrigo della contesa assistenza/mercato, appena sullo sfondo la “crisi della sinistra” di quegli anni) e c’è il rapporto tra personaggi, cuore pulsante del giocattolo. L’ingresso di Nello nella cooperativa di pazzi, che ripropone l’incontro normalità/follia, corregge automaticamente il baricentro di interesse: dal lato astratto e ideale si passa a quello umano e concreto, occuparsi dei malati mentali non è atto politico ma occasione di confronto esistenziale [1]. A forte rischio galleria dei caratteri, invece è proprio qui che l’opera trova le motivazioni: con scrittura sempre educata, talvolta anche in profondità, disegna un adeguato congresso di figure e ne governa a dovere l’interazione, quasi fino alla fine. La “casa dei matti” ospita tutti i tipi di patologia, certo, ma negli squarci migliori questi si concettualizzano e la Malattia diventa finestra sul passato carsico e doloroso dei degenti (la mania di Fabio per il padre, il richiamo erotico di Caterina), ci fa capire cosa li ha segnati, restituisce l’idea di una sofferenza vera e non preparata: in tal senso il ricorso alla chiave comica è il mezzo che più si lascia apprezzare per sviscerare il dettaglio (ancora Fabio che esclama: “Mio padre era un puttaniere!”). Al contrario, decisamente peggio il film fa nell’incursione in altri registri, e su tutto il settore narrativo generale, sottolineando in blu il suo difetto fondante: l’inadeguatezza a gestire lo svolgimento. In un plot dalle molte curve, se può passare la tendenza al tratteggio stereotipato, anche in sede di contrasto (Nello, sindacalista di sinistra, sta con Sara, disegnatrice di moda), risulta però irricevibile decretare la deriva protagonistica mediante disordine domestico, vestiti sgualciti, file di mozziconi; così come semplicistico è l’ambiente milanese eighty col suo elitarismo festaiolo; apertamente ruffiane infine alcune parentesi a uso del pubblico, vedi l’irruzione dei pazzi nella sfilata per l’ennesimo “arrivano i nostri”. Concorrono al risultato, qualunque esso sia, gli interpreti tutti a partire dai matti, tra cui è impossibile non segnalare Giovanni Calcagno in continua trasformazione psicofisica. Manfredonia, a suo agio soprattutto (solo?) con la commedia, firma un film morale e spontaneo, sfacciatamente pop, colpo grosso della Warner Bros Italia, raccogliendo consensi molto superiori di ciò che si aspettava.

[1] Curiosi ricorsi si annidano nell’attuale cultura di massa (appunto): ricordiamo con la dovuta ironia chi ha vinto il Festival di Sanremo 2007.

Manfredonia, specialista in facili favole in forma di commedia, questa volta ci mette una marcia in più: evitando di esaurire il film in un Qualcuno volò sul Nido del Cuculo all’italiana, cioè solo barzellettistico o in macchiette dei caratteristi che fanno i matti, pian piano e a sorpresa, riesce a emulare il miglior cinema hollywoodiano (cui da sempre guarda), divertendo e commuovendo. Non solo: la sua opera ha anche un impegno civile, politico e storico, dal momento che si ispira a fatti realmente accaduti, a quegli anni ottanta in cui la legge 180 (il nome della cooperativa nella finzione) aprì i manicomi lasciando nel nulla i loro malati, e sorsero le prime cooperative (quella del film s’ispira alla Noncello di Pordenone). L’idea motrice della commedia, infatti, applica l’organizzazione operaia da fabbrica, da cooperativa, ai diversamente abili, rispettandoli, rendendoli responsabili, con voce in capitolo. L’esaltazione dello spettatore, ottenuta con espedienti classici, scaturisce dalla lotta di un grande Bisio (misurato, sa fare da spalla, smuovere la rabbia e il cuore) contro il mondo dei “normali”, colmo di pregiudizi, e contro un sistema psichiatrico obsoleto che crede i malati pericolosi per se stessi e gli altri, tanto irrecuperabili da renderli tali.