Drammatico

SEGRETI DI STATO

TRAMA

Ricostruzione minuziosa e non ufficiale della strage di Portella della Ginestra (primo maggio 1947) ove perirono undici contadini comunisti. La magistratura attribuì la responsabilità alla banda di Salvatore Giuliano ma forse le cose andarono diversamente.

RECENSIONI

Partendo dalle confessioni raccolte in carcere dal professore di pedagogia Dolci, dopo anni di studi e ricerche e dopo aver raccolto documenti ed ulteriori testimonianze, Paolo Benvenuti espone, con semplicità rosselliniana, i fatti di Portella della Ginestra. Seguendo il metodo d’insegnamento del professore siciliano e con un occhio rivolto al cinema didattico del regista di Roma città aperta, l’autore di Gostanza da Libbiano affronta di petto il rimosso della Storia d’Italia con uno spirito combattivo e con un’autentica passione civile. Nella minuziosa ricostruzione dei fatti, Benvenuti ha il coraggio di non rappresentare il non-rappresentabile (ovvero gli eventi tragici oggetto di indagine) e di lasciare che le sole vignette suggeriscano avvenimenti ancora avvolti nel mistero e dunque impossibili da rendere cinematograficamente senza scadere nel ricattatorio e senza evitare di replicare su pellicola le immorali figure della sprezzante retorica manipolatoria del mezzo televisivo. Non vediamo e vedremo mai, magari in prevedibili ed ingannevoli flash-back, la strage. Il cinema, quando/se vuole essere atto morale, non può rappresentare visivamente un’ipotesi, una congettura, quand’anche suffragata da prove e documenti, perché la sola rappresentazione, secondo quello che è lo statuto ontologico dell’immagine cinematografica, costituirebbe un atto di violenza, un’arbitraria imposizione dall’alto, annullerebbe il dubbio, imporrebbe allo spettatore la verità. Il regista preferisce suggerire allo spettatore, piuttosto che urlare, la strada interpretativa da percorrere. Il suo è un cinema metonimico più che iperbolico e ridondante, che sottrae e riduce all’essenziale gli elementi narrativi al fine di lasciare allo spettatore il compito di partorire, maieuticamente, la verità. La “rifunzionalizzazione” di oggetti comuni – sigarette, accendini, soprammobili che si trasformano, sulla scrivania divenuta Portella della Ginestra, nelle parti in causa, nelle bande armate di Giuliano, nel misterioso gruppo di tiratori scelti venuti chissà da dove, nei picciotti del mafioso locale, nel gruppo dei manifestanti comunisti vittime, forse, di una strage di stato – rientra in questa logica anti-spettacolare: nella mente dello spettatore e dei personaggi l’oggetto comune diviene pedina essenziale e mezzo semplice ed immediato di decodificazione del reale. Come sempre nel suo cinema, seguendo anche in questo caso la lezione rosselliniana, Benvenuti fa interpretare i ruoli dei personaggi secondari ad attori non professionisti riservando ad attori noti come Coco e Catania i ruoli di protagonista e comprimario. L’eleganza formale, come già in Gostanza da Libbiano, non è fine a se stessa ma tende piuttosto a porre come un filtro tra lo spettatore e il film ed allo stesso tempo a suggerigli, metafilmicamente, di essere cinema, di essere fictio. Il direttore della fotografia ha desaturato i colori sulla pellicola per tentare di riprodurre i valori cromatici dei film degli anni cinquanta.
Dal punto di vista squisitamente cinematografico Benvenuti non raggiunge i livelli di purezza stilistica del film precedente. Comunque, si vola sempre alto.

Sempre piu' spesso il cinema assume la funzione di vendicatore mascherato, mettendo in luce cio' che la realta' ha volutamente occultato e smentito. Si tratta sempre di supposizioni, congetture, spesso strumentalizzate a fini politici dall'una o dall'altra parte. E' successo, per rimanere a Venezia e al Festival, con "I cento passi" di Marco Tullio Giordana e la storia vera di Peppino Impastato, che ha rischiato di far ripartire le indagini, e l'anno scorso con "Magdalene" di Peter Mullan, che ha aperto gli occhi sulla realta' oscura degli omonimi conventi irlandesi. Nel cinema indagatore rientra anche l'interessante "Segreti di Stato", che getta una luce sinistra sulla strage di Portella della Ginestra del Primo Maggio 1947, ufficialmente opera del bandito Salvatore Giuliano. La materia e' appassionante perche' mette in dubbio tutto il sistema politico dell'epoca con rigurgiti anche attuali, ma il film non sempre convince. La luce flirta con gli spazi e i personaggi (molto bella la fotografia di Giovanni Battista Marras) ma l'indagine resta incerta tra il documentario e il teatro filmato perdendo di vista il cinema. La sceneggiatura affronta con didascalica chiarezza le ramificate difficolta' espositive dello spinoso tema trattato e consente una fruizione lineare, ma i botta e risposta tra i personaggi sanno troppo di lezioncina da impartire allo spettatore, con domande tutt'altro che spontanee fatte appositamente per fornire adeguata spiegazione al pubblico. Non aiuta, al riguardo, l'interpretazione degli attori, con uno spaesato Antonio Catania che inanella gesti di maniera ed espressioni attonite e il piglio teatrale degli altri. L'unico che mantiene un minimo di visceralita' e' il Gaspare Pisciotta di David Coco, che affianca, alla chiarezza di gesti e parole, il necessario trasporto emotivo richiesto dal personaggio.
Comunque importante per le discussioni che riuscira' ad animare, il film di Paolo Benvenuti avrebbe forse trovato nel documentario una forma piu' adatta al taglio investigativo utilizzato. Dopo un po', infatti, gli stupori di Catania e le immediate deduzioni degli altri diventano un surplus che aggiunge poco e, anzi, rischia di allontanare.