Documentario

SANTIAGO, ITALIA

TRAMA

Dal settembre 1973, dopo il colpo di stato del generale Pinochet, l’ambasciata italiana a Santiago ha ospitato centinaia e centinaia di richiedenti asilo. Attraverso interviste ai protagonisti si racconta la storia di quel periodo drammatico, durante il quale alcuni diplomatici italiani hanno reso possibile la salvezza di tante vite umane.
(dal pressbook)

RECENSIONI

40 ore di girato, un documentario di 80 minuti. L’Italia e il Cile, gli anni Settanta e l'oggi, la politica e la società tra i sogni di gioventù e quelli annichiliti dal tempo, dal futuro cristallizzatosi nel presente. Ed è un film da ascoltare, più che da vedere, Santiago, Italia di Nanni Moretti. Perché è in ascolto anche il regista (e, chissà, se Dino Risi avesse potuto esserci, magari per una volta non avrebbe pensato di ripetere la sequenza "Nanni, spostati e fammi vedere il film"). Perché Moretti c'è, e lo ribadisce a margine di un'intervista in carcere a uno dei tanti uomini crudeli e banali della dittatura di Pinochet: "Io non sono imparziale". Lo dice due volte; c’è il suo corpo, ora, nell'inquadratura, oltre che la sua voce. Ma Moretti fa, soprattutto, un film in (sua) sottrazione, quasi in assenza, un film molto sentito, persino tenero, quasi paradossalmente amorettiano; lieve, molto lieve, nonostante il peso della Storia; mostra immagini d'archivio ma si affida soprattutto alle parole, a un racconto orale e corale, a volti e voci - anche a quelle dei carnefici -, così che l'immaginabile diventa più importante, più sensato dell'immagine.
«Lavoratori della mia patria: in questo momento conclusivo, l'ultimo in cui posso rivolgermi a voi, ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Sappiate che, molto prima di quanto si pensi, si apriranno nuovamente i grandi viali dove passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore. Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!». È l’ultimo discorso di Allende alla radio prima di morire sotto la vile ferocia del golpe. Lo sentì il suo popolo, allora, lo risentiamo noi oggi. 11 settembre 1973: finiva il governo di Unidad Popular, di un "socialismo umanista e democratico" (Miguel LittÍn), dopo le elezioni del settembre '70. "Era la fine di tutta una vita democratica che di colpo si trasformava in dittatura. La cosa più impressionante era proprio questa: non avevamo esperienza né con i militari, né con regimi dittatoriali, e questo Paese, che era così libero, si trasformò di colpo in un Paese atroce. Per strada c'erano solo militari". Sono le parole di Patricio Guzmán, arrestato come moltissimi altri: umiliati, torturati, uccisi. Santiago, Italia si affida a lui e alle testimonianze, raccolte in Sudamerica e in Italia, dei tanti protagonisti di quella stagione: uomini e donne che al tempo erano giovanissimi, alcuni bambini; molti rimasti vivi perché riuscirono, saltando un muro, a trovare riparo e protezione grazie all'Ambasciata italiana a Santiago. Circa 600 rifugiati in un unico posto, in vita comune, tra chi si amava e chi non si sopportava, molti dei quali avrebbero trovato in seguito proprio nel nostro Paese una nuova esistenza e una solidarietà diffusa degli italiani che avevano Aldo Moro e non i marxisti al potere, ma la memoria di fascismo e guerra era ancora molto viva. Cileni italiani (artisti e artigiani, giornalisti, medici, avvocati, operai, imprenditori), il giornalista Paolo Hutter e, eroi all'improvviso, i diplomatici Roberto Toscano e Piero De Masi raccontano, si commuovono, sorridono, ricordano. C'è chi parla di una doppia identità, paragonando il Cile a un patrigno e l'Italia a una madre dolce e amorevole, che ha accolto, protetto. L'Italia di allora, perché oggi quel Paese non esiste più, si è incattivito, dice chi lo sa cosa ha significato essere rifugiato all'epoca e cosa può significare oggi.
È un Noi senza Loro di Sorrentino, quello di Moretti, è un’opera parziale, sì, ma non capziosa, è un film molto trasparente, con le sue scansioni, i suoi capitoli,  più rotondo, diremmo, che lineare; tornito nella sua semplicità, immediatezza, nella sua pulita e toccante emotività, finanche nella sua mancanza di totalità storica; ma è un altro diario, in fondo, e non un documento, un saggio. Fuori tempo? Può darsi. Ci dice che l’Italia populista e razzista di oggi fa orrore? Lo fa, sì, ma senza affermarlo. Utile? Probabilmente no. Necessario? Sappiamo della “pericolosità” del termine, ma questa volta è un sì (anche se non servirà).