Commedia

SANTA MARADONA

NazioneItalia
Anno Produzione2001
Genere
Durata96'
Sceneggiatura
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Torino. La vita di due giovani laureati in lettere che cercano di trovare un lavoro, trovare l’amore e trovare, in definitiva, un senso alla loro vita.

RECENSIONI

La speculazione cinematografica sulla "generazione x" non sembra ancora essersi esaurita. Ecco infatti Andrea e Bart, una nuova coppia di "giovani, carini e disoccupati" che alla soglia dei trent'anni non hanno nessuna intenzione di conformarsi. Sono istruiti, un po' cinici e al "sogno da realizzare" hanno sostituito il tentativo di "cogliere l'attimo", se e quando capita. 
Ennesima operazione furbetta per far presa su studentelli abbienti e fuori corso? Forse! Bisogna pero' riconoscere che il film ha una certa freschezza, i dialoghi sono brillanti e il ritmo, nonostante non succeda poi tanto, risulta serrato. Il taglio surreale delle sequenze permette di passare sopra alla poca credibilita' di molte situazioni. I soldi, ad esempio, non sono mai un problema e non si capisce come i due protagonisti possano permettersi un appartamento niente male e un tenore di vita medio-alto senza fare effettivamente nulla di concreto.
Tutti i problemi diventano non-problemi e si risolvono in botta e risposta sopra le righe, tanto divertenti quanto inconcludenti.
La poca aderenza rispetto alla realta' puo' irritare, ma il film non si prende troppo sul serio, gioca la carta del sorriso (e ci riesce!) e propone alcune idee interessanti. Molte gia' viste in altri film (a partire dal taglio narrativo alla Tarantino), altre piu' originali, come il dilemma della graziosa Anita Caprioli sulla finzione al cinema. Quanto all'interpretazione, gli uomini battono le donne. Libero Di Rienzo ruba spesso la scena a Stefano Accorsi, in parte e convincente ma ogni tanto un po' forzato. Anita Caprioli cerca di dare eterea leggerezza al suo personaggio, riuscendoci solo a tratti, mentre Mandala Tayde e' tanto carina quanto monocorde.
Nulla di particolarmente originale, quindi, ma una certa abilita' (anche un po' ruffiana!) nell'assemblare situazioni e personaggi permette al racconto di scivolare leggero fino al finale aperto.
Si dira' che i giovani sono diversi, che l'analisi sociale e' superficiale, che e' impossibile riconoscersi nei due protagonisti fancazzisti e intellettual-chic, che non se ne puo' piu' di sentir parlare di "crisi dei trent'anni", di responsabilita' che non si vogliono prendere, di amori che si incrinano senza motivo, di vita che scimmiotta l'arte, ma "Santa Maradona", lungi dall'essere un ritratto generazionale, fotografa con leggerezza una certa mentalita'. Forse piu' "trendy" che vissuta in prima persona, ma avere trent'anni nel 2001 e' ANCHE confrontarsi con il modo di essere di Andrea e Bart e il film prova ad esserne ironica, e un po' compiaciuta, cartina di tornasole.

Sono tanti gli elementi che impediscono a Santa Maradona di essere solo l'ennesimo film giovanilistico che cavalca una moda redditizia: le scelte registiche, il ritmo, la struttura (certo, le reminiscenze fanno subito pensare ad altre pellicole), la freschezza, buona parte delle battute, i dialoghi minimalisti e surreali (sì, un po' tarantiniani.). Ma soprattutto certe piccole cose che, a dispetto della superficialità di fondo, non fanno scivolare via questo film subito dopo la visione, lo personalizzano e gli danno ragione di esistere. Mi riferisco alla gara fra i protagonisti a base di aneddoti improbabili e leggende metropolitane, ed all'amore di uno di loro per i titoli di coda dei film, a ribadire che ogni individuo ha le sue stranezze (ed ogni personaggio guadagna spessore da esse) e che le manie servono, in fondo, a riempire la vita e a darle stabilità. Ma non meno riusciti sono alcuni sguardi sull'ambiente. Caotico l'appartamento, ma in fondo funzionale, risultato delle regole personalissime degli individui che lo vivono. Estraneo ed assurdo il mondo del lavoro (e la sua logica), tanto odiato quanto indispensabile per una vita normale, come un ricatto a cui cedere malvolentieri. In quest'ottica tutte le figure degli esaminatori, durante i colloqui, per quanto totalmente inverosimili (questi personaggi sono nella realtà tutt'altro che limpidi ed espliciti), rappresentano l'ostilità che circonda l'individuo. Ostilità generale, cui rispondere con sberleffi ed altrettanta indifferenza, e a cui fa eccezione solo una cerchia ristretta di persone su cui contare.
Un mondo, insomma, "plausibile" per chi lo guarda, accattivante senza dubbio (intento programmatico, ovviamente), e che, sembra, non pretende di inquadrare necessariamente tutti i giovani. Per questo non risulta irritante. E anche se tutti concentrano l'attenzione su Stefano Accorsi (in mancanza di meglio, evidentemente, per creare i divi latitanti ci si vuole accontentare dei tipi "così così"), chi si fa notare davvero in questa pellicola è Libero De Rienzo. Se avrà le occasioni giuste lo rivedremo.