Thriller

REGRESSION

TRAMA

Stati Uniti, 1990. In una piccola cittadina un padre viene accusato di aver violentato la figlia. Dietro aleggia lo spettro di una setta satanica.

RECENSIONI


Occhio, la recensione contiene SPOILER fin da subito (ma tanto ci ha già pensato Wikipedia).

Dall’Alessandria di inizio V secolo all’America degli anni novanta per Amenabar la mente umana è sempre lo stesso contenitore fragile, vittima delle proprie allucinazioni, le alternative di una realtà da cui si tenta di rifuggire. Mentre Ipazia rimaneva salda nella fiducia per la filosofia e moriva per la fanatica cecità dei parabolani, Bruce Kenner perde gradualmente l’approccio razionale della detection e sprofonda nella stessa psicosi cui cercava di dare una spiegazione.
L’integralismo cristiano di Agora si trasforma così nell’incubo del satanismo, ennesima deformazione di un vedere collettivo assai lontano dal tenere gli occhi aperti.
E non è sicuramente la regressione sotto ipnosi utilizzata dal Professor Barnes lo strumento di indagine per svelare l’oscuro rimosso della comunità, perché, allo stesso modo del suo oggetto di studio, è una credenza barricata dietro regole che limitano la libertà di pensiero dell’individuo nel comprendere se stesso e ciò che lo circonda.
Amenabar, nel graduale smascheramento di questa ennesima menzogna che ci imponiamo e ci facciamo imporre, rivendica ancora una volta quanto sia la soggettività, pur nei suoi patologici disturbi, l’unico veicolo esperienziale per svelare i vari enigmi. Lontana da ogni dittatura preconcetta e manipolazione.


Regression è un viaggio dentro la paranoia individuale e collettiva. E’ evidente quindi l’omaggio che l’opera ha nei confronti di quegli anni settanta messi sullo schermo dai vari Pakula, Schlesinger, Polanski, etc.
Non per questo il film rimane ancorato unicamente in quelle atmosfere thriller, perché, come in passato, Amenabar ha da sempre alimentato il suo immaginario con un forte tocco horror, fin dai tempi di Tesis. E’ The Others però il modello più vicino a Regression, in quelle atmosfere perturbanti tra spazi chiusi e pieni di oscurità, e un esterno di chiara ascendenza gotica dove a farla da padrone è il tempo dominato dalla nebbia e dalla pioggia oltre cui lo sguardo non riesce andare e non può che rimanere imbrigliato in fittizie autorappresentazioni.
Perché l’orrore che alberga dentro la testa dei personaggi altro non è che una messa in scena, lo strato di suggestioni cinematografiche lì depositate e pronte a sostituire un reale che di male ha solo la sua stessa banalità, quella di una ragazzina avvelenata nei confronti del padre. L’occulto, in tutto il cinema di Amenabar, è sempre e solo la semplice verità.


Nella filmografia del regista spagnolo Regression si presenta purtroppo come l’anello debole. Il talento visivo c’è, basta pensare alle sequenze dei riti satanici (tra l’Esorcista ed Eyes Wide Shut) o alla progressiva follia di Rose (interpretata da una favolosa Dale Dickey), ma a mancare è una scrittura che riesca a dare solidità alla tormentata ricerca del protagonista, molto farraginosa nella prima parte in cui i vari nodi problematici procedono con affanno. Ethan Hawke ed Emma Watson sono completamente fuori ruolo, il primo monocorde e assai difficile da credere nella sua crisi finzione/realtà, la seconda utile solo per la classica soluzione di twist ending da sempre amata dall’autore. L’ambiguità della storia con l’inquietudine che vorrebbe portarsi dietro non attecchisce un granché e numerosi elementi che potevano costruire una fertile coralità per la riflessione alla base del film (il bigottismo ecclesiastico, la potenziale intesa tra Bruce e Angela) incidono ben poco. Il detective perde la ragione, sogna come Lynch, ma noi ne prendiamo le distanze. Anche quando un cartellone pubblicitario ribalta tutto e vorrebbe spingere lo sguardo su un altro livello, forse politico.