Commedia

QUASI FAMOSI – ALMOST FAMOUS

Titolo OriginaleAlmost Famous
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2000
Genere
Durata122'
Sceneggiatura
Fotografia
Scenografia

TRAMA

America, 1973: il critico musicale in erba William Miller segue per conto della rivista Rolling Stone l’Almost Famous Tour degli Stillwater, una rock band emergente…

RECENSIONI

È lecito innamorarsi di un film pieno di difetti? Sì, se il film in questione, nonostante tutte le pecche che dimostra, si rivela capace di parlare a persone che non hanno (apparentemente) nulla in comune con i luoghi, i tempi, i protagonisti della storia narrata. In "Quasi famosi", la semplice autobiografia non solo diviene ricordo di un'epoca, ma mette in scena temi profondamente connaturati a qualunque esistenza umana, dal raggiungimento dell'età adulta alla contrapposizione tra essere e apparire. Inoltre, finalmente. Finalmente un "album dei ricordi" che non si piange addosso ricordando gli anni Settanta, una "commedia musicale" in cui la musica è solo una delle componenti, e neppure la più importante, un film che parla del sogno (non solo) americano senza esaltarlo né denigrarlo a priori, ma mostrando come sia difficile conciliare desiderio e realtà, mitologia e storia. 
Il nuovo lavoro di Crowe è per molti aspetti una ventata di aria fresca, rinfrancante e ruvida come il volto sereno di un quindicenne per la prima volta lontano da casa e dalla mamma, alle prese con un mondo di lustrini e "sballi" che non è altro che una versione acida della vita, crudele ma non troppo, di tutti i giorni. Inizia e muore dolcemente, nel silenzio appena rotto da una pulsazione ossessiva ai bassi e scandito da riprese sgranate di vecchie foto, il tuffo nei ricordi provenienti dal periodo più incantato e angoscioso della vita umana, l'adolescenza: il viaggio che il giovane Miller intraprende attraverso l'America dei locali di provincia e degli alberghi di New York, tra la redazione della più importante rivista musicale e la pace un po' soffocante della propria camera da letto, non è soltanto un pretesto per inanellare colorate cartoline del periodo (che pure non mancano) ma un modo di raccontare, allo stesso tempo, la scoperta della vita (la fuga da casa, il sesso, l'amore) e la vita stessa, nel suo svolgersi più implacabile (i contrasti fra i membri del gruppo, la malcelata ostilità verso il giovane cronista e la bizzarra, per non dire inesistente, concezione della dignità umana, che equipara le persone a merci di scambio). 
Sarebbe sbagliato leggere "Almost Famous" come un souvenir di un'età (non solo musicalmente) migliore, perché al di là del look e delle canzoni, nulla fa pensare ad un'epoca diversa dalla nostra, e sotto questa luce emerge in modo ancora più amaro l'inconsistenza delle aspirazioni "alte" e rivoluzionarie proclamate dai profeti del rock (cambiare il mondo, restituire la libertà agli oppressi eccetera). C'è una battuta chiave per comprendere lo spirito del film: "Credi che Mick Jagger a 50 anni farà ancora la rock star?" Ebbene sì, anche a 60, se è per questo. Il film di Crowe, più che sull'età dell'innocenza (come non mancherà di scrivere qualche critico in vena di facili citazioni), è un'opera sulla disillusione, sulla mercificazione che rischia di divorare l'arte, sulla fallibilità del giudizio riguardo a cose e persone. Per questo le musiche, nell'economia del film, non sono poi così fondamentali: è attraverso il silenzio, il vuoto visivo e sonoro, che emergono i veri sentimenti dei personaggi, le reali dinamiche di gruppo, ciò che non si vorrebbe mai fare sapere al "nemico", non solo ai giornalisti, ma all'intero pubblico e forse a se stessi. 
Il mito del rock, presente nel cuore del giovane Miller fin dalle prime scene (la sequenza, in verità abbastanza scontata, in cui il ragazzino ascolta i dischi della sorella), perde gran parte del suo fascino quando il fan si avvicina troppo al sole dei suoi idoli, bruciandosi le ali come una sventata falena. È il "crepuscolo degli dei" preconizzato dallo scafato giornalista che fa da papà professionale al protagonista, una catastrofe dalla quale è possibile salvarsi solo essendo "onesti e spietati". Il viaggio del ragazzino di provincia (non a caso accostato ad un altro piccolo eroe che si interroga sul mondo e le sue dinamiche, Charlie Brown) nell'universo delle "sue" meraviglie si risolve in una dolorosa scoperta dei meccanismi che fanno girare il mondo, che non per questo perde il proprio fascino, fatto appunto di perpetua ambiguità. Centrale in questo senso la figura della Musa del gruppo, la groupie ("band aid", prego) Penny Lane, che riassume in sé il meglio (la passione per la musica e, ad un livello più ampio, la gioia di vivere) e il peggio (la superficialità, il precario equilibrio psichico) dell'esperienza umana. 
William Miller riesce ad accettare il proprio destino di "perdente", di marginale ad oltranza, grazie allo scrivere di musica: è la sua passione per l'analisi critica di canzoni e cantanti che lo ha spinto in questa avventura, ed è lo stesso entusiasmo che gli dà la forza necessaria per distanziarsi (criticamente, appunto) da quello che vede, ridimensionando la portata del mito e cominciando a capire che le star che ha idolatrato sono semplici esseri umani, con i soliti difetti e qualche pregio. Una simile constatazione, amara ma non recriminatoria o sminuente, non è contraddetta, come potrebbe sembrare, dal finale un po' troppo lieto, in cui viene pronunciata una frase apparentemente gratuita, ma importante per capire la conclusione. Alla domanda "che cosa ti piace della musica?", uno dei protagonisti risponde "tanto per cominciare, tutto". Non è possibile scindere i diversi aspetti del rock, perché l'arte e la vita si muovono seguendo gli stessi schemi, la gioia e il dolore dipendono dai punti di vista, ogni azione, per quanto meschina o banale, ha in sé una carica di vitalità che trascende ogni considerazione di valore. In questo senso "Quasi famosi" può essere accostato ad "American Beauty", anche se il film di Crowe non condivide il patinato e narcisistico sarcasmo del lavoro di Mendes: lo sguardo del regista è sempre quello del suo giovane eroe, e lo stesso spettatore (grazie alle numerose soggettive) finisce per condividere questo punto di vista. 
Molte le pecche di questo film, si è detto: troppe situazioni "canoniche" da film sul rock, come la festa in acido e l'overdose sventata per miracolo, troppe battute scritte con l'unico intento di strappare la risata, troppe tipizzazioni appena accennate (anche a causa del numero esorbitante di personaggi grandi e piccoli). Ma le scene di concerto (specie la prima, realizzata con un sapiente gioco di luce e penombra) fanno sentire un devoto fan del rock anche una persona che non sappia quasi nulla dell'argomento (chi scrive, ad esempio), mentre il ritmo non affannoso della narrazione permette al pubblico di scivolare dolcemente in un mare di ricordi che, almeno all'inizio, non sono quelli dello spettatore. 
La regia non dimostra idee innovative nell'uso (comunque molto elegante) della macchina da presa, ma rivela un'ottima mano "invisibile" nel favorire il gioco degli attori, in una parola perfetti. Frances McDormand, tenera ed inflessibile come solo una madre sa essere, rende indimenticabile un personaggio che un'altra interprete avrebbe con ogni probabilità affogato in una patetica e sentenziosa caricatura, mentre Philip Seymour Hoffman, nella parte del mentore del giovane scrittore, conferma di possedere talento e autoironia superiori a qualunque elogio. 
Ma la vera sorpresa è costituita dai giovanissimi. Kate Hudson possiede, oltre alla malinconica bellezza di mamma Goldie Hawn, una non comune capacità di sostenere lo sguardo dell'invadente macchina da presa: possiamo soltanto augurarle di non prendere la specializzazione nella parte della svampita dal cuore d'oro, anche se nell'industria hollywoodiana sembra difficile riuscire a variare le proprie parti. Per quanto riguarda i ragazzi che interpretano il piccolo prodigio del Rolling Stone, Michael Angarano è un po' inerte, ma Patrick Fugit cattura fin dall'inizio la simpatia (nel senso etimologico del termine) del pubblico e, polverizzando gli stereotipi dell'adolescente cinematografico, testimonia senza isterismi da marmocchio, con la semplice presenza scenica e lo sguardo incredibile, l'assoluta purezza di cuore e lucidità di mente del giovane Parsifal delle tournée: se all'Academy capissero qualcosa di recitazione e riuscissero a tenere distinti interprete e personaggio, questo sedicenne avrebbe mandato a casa parecchie "star". Ma l'importante, come sempre, è che sia il pubblico ad accorgersi di lui.