Azione, Spionaggio

QUANTUM OF SOLACE

TRAMA

Il film inizia esattamente dove finiva Casino Royale: Bond scopre che dietro al “tradimento” dell’amata (e defunta) Vesper c’è un’organizzazione criminale con a capo tale Dominic Greene. Le piste lo portano a Camilla, una bancaria che, come lui, è in cerca di “vendetta privata”…

RECENSIONI

Il riavvio del sistema Bond, in Casino Royale, era stato sorprendente. Merito di un esperto del settore re-boot come Martin Campbell (che già col ricostituente Goldeneye aveva strappato la serie dalle loffie grinfie della coppia Glen-Dalton) e della scrittura di Haggis che introduceva elementi di vera, matura, “novità” alla saga di 007. Per non sbagliare, Marc Forster riparte esattamente da lì: Quantum of Solace infatti, scritto di nuovo da Haggis, è un sequel talmente diretto di CR (siamo nell’ordine di “un’ora dopo” o giù di lì) da formare con questo un unicum indissolubile. Quasi. Perché se è vero che per certi versi, a cominciare dalla storia, i due film potrebbero essere letti come un’unica, epica (new) bondata da 282 minuti, è altrettanto vero che (1) le differenze di polso registico si sentono e che (2) alle indubbie novità di Casino Royale non si può fare a meno di guardare, in Quantum of Solace, con sguardo smaliziato e accennare già un ripensamento. (1) Forster (il cui curriculum regiae comincia a farsi così frastagliato da diventare illeggibile) dimostra, alla prima prova in campo action, di sapersi applicare per confezionare qualcosa di degnissimo (la sequenza di apertura, lo smascheramento del complotto durante la Tosca, il finale col/coi botto/i) ma non ha quella naturalezza che un mestierante/specialista come Campbell sa infondere nel suo lavoro e, soprattutto e stranamente, non sa dare sufficiente incisività (anche narrativa) ai raccordi tra le numerose fasi d’azione (la partita a Texas Hold’em di Casino Royale, ad esempio, era stata una manna dal cielo per dare respiro alla pellicola e per diversificarla senza interromperne la continuità. In QoS si sente la mancanza di una bella partita a Poker). (2) Il “nuovo” Bond, James Bond non sembra più così “nuovo”. L’emancipazione dall’hi-tech da fumetto di Q, i cattivi meno stilizzati, le bond girl emancipate, la maggiore umanità dell’Agente 007 e i suoi rovelli esistenziali, è tutto ribadito ma, in un certo senso, già assimilato e archiviato. Ok, dunque, la saga si è (definitivamente?) svecchiata e ora è più moderna, à la page. Ma adesso? L’impressione è che l’affaire Bond sia ormai una questione da aficionados completisti, che seguono con interesse tutte le metamorfosi del loro oggetto d’interesse, ma a conti fatti, il rinnovamento della saga potrebbe anche essere malevolmente letto come una sua normalizzazione in senso spy/action/thriller hollywoodiano. E’ possibile, insomma, vedere l’aggiornamento come semplice omologazione di un prodotto realmente obsoleto che non trova altri sbocchi che quello di “somigliare” altri prodotti, per l’appunto, omologhi? Scrivo queste cose e il pensiero va all’ultimo dei Sìgur Ròs, con l’idea che il paragone non c’entri, però c’entri. L’ho buttata lì.

Per la prima volta siamo di fronte ad un seguito non tratto da Ian Fleming (che scrisse davvero il racconto “Un quantum di sicurezza”, sul tema della necessità di distacco dalle emozioni fra due amanti, ma non c’entra niente). Si riprende esattamente da dove finiva Casino Royale e dal nuovo corso che ha segnato: via l’ironia, i gadget, le situazioni “pop”, i personaggi sul filo del fumettistico. Daniel Craig incarna il duro imbattibile tutto-azione, la fotografia è quasi naturalistica, le scene d’azione sono sempre spettacolari ma tutte sul filo del “possibile”. Se il precedente finiva per far somigliare 007 ad un qualsiasi Bourne (non per niente qui l’action designer è lo stesso: Dan Bradley), questo capitolo persuade maggiormente perché il personaggio si definisce: finto duro, segnato dalla perdita, dichiara di non avere cuore ma è mosso dalla vendetta e inizia, forse per dimenticare o per non pensare, a dedicarsi al lavoro e alle belle donne. Ma non funziona la messinscena di Marc Forster: i produttori hanno chiamato un regista che non bazzica l’action, che predilige i percorsi dell’anima e il pathos delle tragedie (pensiamo ai suoi Monster's Ball e Il Cacciatore di Aquiloni), ma non gli danno modo di esprimersi. Il film è sola azione con radi momenti riflessivi, affidati per lo più al co-sceneggiatore Paul Haggis. Le emozioni raccontate e il racconto, con Bond a briglia sciolta come in 007 - Vendetta Privata, sono una spanna sopra Casino Royale, ma le scene d’azione non funzionano: location splendide (il Palio di Siena, la Tosca alla Bregenz Floating Opera in Austria, l’Eso Hotel nel deserto Atacama) ma sequenze dal fiato corto, causa montaggio troppo veloce, convulso, caotico, che rovina un elaborato e magnifico storyboard. Peccato.