Drammatico, Recensione

PERHAPS LOVE

Titolo OriginaleRu guo · Ai
NazioneCina, Hong Kong
Anno Produzione2005
Durata108'

TRAMA

Uno studente di una scuola di cinema si innamora di una sua compagna di corso, troppo impegnata però a sfondare come attrice. A distanza di dieci anni, ormai affermati nel mondo dello spettacolo, i due si ricongiungeranno recitando in un musical di ambientazione circense, sviluppato attorno ad un triangolo amoroso.

RECENSIONI

Non ha certo paura di esagerare Peter Ho-Sun Chan: PEHARPS LOVE, ricca produzione cinese,  film di chiusura del Festival, è un carosello visivamente sfavillante, strutturalmente ambizioso, concepito nel segno di Lelouch (non manca una citazione letterale): l’autore gira un melodramma sfrontato, non temendo di incrociare il musical e di buttarci dentro il discorso metacinematografico (il making of di un film che si confonde col film che si sta girando che si confonde con la reale vicenda dei protagonisti, il cineasta e i due attori) mentre diversi livelli temporali scorrono in parallelo; il tutto in un’orgia di coscienti stereotipi, di ralenti kitsch, di canzoni zuccherose con la laccata fotografia di Christopher Doyle e Peter Pau che avvolge la messinscena in un tourbillon di patinatissimi effetti flou. Ci sarebbe di che nausearsi se da parte del regista l’insistenza su questo registro non fosse così spudorata e convinta: anche se non tutto funziona, anche se a tratti è la confusione a regnare sovrana, anche se certi passaggi non sono assolvibili neanche come eccessi studiati, più di un momento lascia ammirati e lo sfolgorio delle immagini finisce con l’abbagliare anche l’occhio più refrattario.

Musical à la Moulin Rouge senza gli eccessi post-modernisti del film di Luhrmann, il nuovo film del regista dei mediocri Love Letter (prodotto Dreamworks con la signora Spielberg) e dell’horror soporifero The Eye è un ingenuo, divertente e pirotecnico melodramma metacinematografico, in cui il film del film racchiude il senso, e la genesi, di un amore combattuto e ri-vissuto nel presente. Per niente originale nella sua stratificazione metalinguistica e decisamente risaputo nei numeri musicali, si fa apprezzare per l’abile messa in scena, l’orgoglioso ed ironico sfoggio di un sentimentalismo zuccheroso da festival di Sanremo (con tutte le “figure” più abusate e stucchevoli del repertorio musicale amoroso), il sapiente montaggio dei pezzi musicali. Certo, come per buona parte del cinema orientale mainstream – e questo è il limite di questa cinematografia – si diffonde il sospetto di vacuo esercizio di stile, di puro esibizionismo tecnico da baracconata paracircense.   Le tre star del cinema cinese Jacky Cheung, Takeshi Kaneshiro e Jin-hee Ji sono di disarmante bellezza.

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