Fantasy

PERCY JACKSON E GLI DEI DELL’OLIMPO – IL LADRO DI FULMINI

Titolo OriginalePercy Jackson & the Olympians: The Lightning Thief
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2010
Genere
Durata118'
Sceneggiatura
Tratto dadal romanzo Il ladro di fulmini di Rick Riordan
Montaggio

TRAMA

Zeus è furibondo, perché gli è stata rubata la folgore divina. Dopo un battibecco con il fratello Poseidone dà un ultimatum per riavere il suo gioiellino, pena la fine del mondo.

RECENSIONI

Può un i-phone sconfiggere la matrix-medusa Uma Thurman, le All Star volare, un fiore di loto psichedelico tenerti prigioniero a Las Vegas sotto le note di Bad Romance, un ascensore dell’Empire State Building collegare la terra all’Olimpo?
Per il mondo riciclato e posticcio di Percy Jackson questo e altro.
Un florilegio di giochetti ruffiani fanno del surrogato fantasy un intollerabile e falso esempio di politically correct, dove il target del teen-movie si compiace di rispecchiarsi negli elementi a lui più consoni (crisi generazionale, conflitti famigliari, comunitarismo collegiale, gusto dell’horror rassicurante, trip on the road, etc), senza però lasciarsi scappare la ricattatoria autoironia A quanto pare si vuole abbassare i toni di certo cinema adolescenziale, prendendo in prestito il “fascino” esotico di una mitologia d’oltreoceano per poi presentarla come fosse un bignami  a scopi didattici. Certo, si impara parte della cosmogonia greca (Tizio è il Dio del Caio, Caio è il Dio del Tizio), perché è importante la cultura, soprattutto quando hai un talento (in)compreso (il disadatto Percy) solo dal tuo professore di storia antica tetraplegico (Pierce Brosnan) che ti regala una penna (!) trasformabile in spada (!). C’è anche la rivincita sociale dei disadattati, grazie al mondo fantastico che si rivelerà l’imprevedibile rovescio della realtà. Il professore diventa allora un centauro, il migliore amico storpio un satiro di colore (trovatemi un clichè peggiore), la supplente antipatica una furia e il protagonista il salvatore del mondo.
Non manca niente, abbiamo il divertito humour e la sottotraccia di pedante senso morale, quest’ultima rivendicata a piena voce nel conflitto tra padri e figli che vede i primi, per le loro bizze, mettere in pericolo le sorti del mondo. Tuttavia la speranza è nei giovini, felici di sfuggire alla pubblicità delle loro icone (vedi intro) e pronti a salvare il pianeta Terra.
Tutto secondo la norma di una maschera fantastica che vuole darsi una ragione diversa da quella dello stupido prodotto commerciale. E’ (ancora) accettabile vedere l’egoismo dell’Olimpo come riflesso della politica americana contemporanea, ma trovare l’entrata per l’Ade sotto la collina di Hollywood è come dare della Regan Theresa MacNeil alla Lady Gaga prima citata.

La carriera costellata di successi di Chris Columbus è incidentale: giovanissimo, riesce a vendere la sceneggiatura di Gremlins, ma è la ferocia di Joe Dante a trasformarla in un cult. Alla terza regia, trionfa al botteghino con Mamma Ho Perso l’Aereo, parto totale, però, del produttore/sceneggiatore John Hughes. Nel 2001 firma i primi due capitoli della saga di Harry Potter, perdendo la faccia con i registi a seguire. Non va meglio con le opere che, da sceneggiatore o regista, ha realizzato fra un successo e l’altro. In questo caso, sperando di bissare il successo della creatura di Kathleen Rowling (scrittura e messinscena ne ricalcano pedissequamente gli schemi), gli viene affidato il primo atto di un ciclo ideato nel 2005 da un maestro delle scuole medie, Nick Riordan, che ha avuto la buona intuizione di resuscitare la mitologia greca a uso e consumo del teen-fantasy, anche se piegata alla cultura medio-bassa del target di riferimento e all’etnocentrismo americano (dèi che operano solo negli Stati Uniti). Anche Riordan copia da Rowling (che copiava da Ursula K. Le Guin), fra scuola per semidei e inseparabili amici dell’eroe (la spalla comica e l’altro sesso). Dal canto suo, le figure restituite da Columbus hanno sempre la consistenza di un’ostia, le vicende sono esposte come un elenco della spesa, senza pathos, magia, incanto, lirismo, epica alcuna. La produzione è forte di effetti speciali prodigiosi, che riportano in vita Medusa (simpatica Uma Thurman), Ade, Idra e Minotauro, ma perde l’occasione di realizzare un b-movie eccitante, a specchio di quelli dove operava Ray Harryhausen, perché si affida ad una sceneggiatura (Craig Titley) che ha le ambizioni di un episodio di Scooby Doo (e, guarda caso, Titley ha scritto il soggetto per la sua trasposizione cinematografica), con il satiro che fa l’idiota ed i pericoli che hanno la tensione di un parco giochi per infanti, stile I Goonies (scritto, guarda caso, da Columbus). Attori sprecati, occasione sprecata.