Western

PER UN PUGNO DI DOLLARI

TRAMA

A San Miguel, dilaniata dalla guerra fra due famiglie per ottenere il monopolio del contrabbando di armi e alcol, giunge un misterioso pistolero che accetta di essere ingaggiato da una fazione, solo per fare il doppio gioco e mettere uno contro l’altro.

RECENSIONI

Rifacimento spoglio e non dichiarato di La Sfida del Samurai (1961) di Akira Kurosawa, i cui produttori vinsero la causa per farsi pagare i diritti d’autore: ma non è il racconto ad averne fatto il capofila di un nuovo genere, lo spaghetti-western. Ciò che conquistò i mercati internazionali, a sorpresa e grazie al passaparola, è lo stile registico di Sergio Leone, che riesce ad essere, al contempo, violento (una novità per il genere), epico ed ironico: un atto parodistico che, esagerando i tratti distintivi, diventa cosa seria a sé, uno stile che farà scuola ma sarà meglio stilato nelle opere successive, fra dettagli, zoom, sguardi penetranti in primo piano, facce sporche e canagliesche, tempi dilatati, cura del sonoro inusitata fra suoni amplificati e inattesi silenzi, figure mitiche ma non eroiche, orizzonti prettamente maschili e musiche bizzarre di Ennio Morricone (che firma, come Dan Savio, un arrangiamento con fischio di “Pastures of Plenty” di Woody Guthrie e il tema principale con tromba, grande successo a 45 giri). Il successivo Per Qualche Dollaro in più è più riuscito, qui Bob Robertson (lo pseudonimo usato da Leone per vendersi anche all’estero, adottato in onore del padre Roberto Roberti) è ancora troppo legato alle macchiette da Commedia dell’Arte (sopra le righe anche l’istrionismo teatrale di Gian Maria Volonté) e a un effettismo spesso grossolano, ma fa miracoli con il personaggio distaccato e sornione dell’Uomo-senza-nome, affidato al quasi sconosciuto Clint Eastwood, star del serial Gli Uomini della Prateria, scelta per il modo “pigro” di recitare: doppiato da Enrico Maria Salerno, l’attore contribuì alla definizione del carattere nel segno della laconicità e si consegnò alla leggenda, ribaltando il sillogismo cinematografico secondo cui l’eroe, essendo positivo, non può essere a proprio agio con la violenza. Nel 1975, per il passaggio Tv negli Stati Uniti, fu chiamato Monte Hellman a girare ex-novo un prologo con Harry Dean Stanton, per dare una motivazione morale all’agire del protagonista.