Commedia

PARTO COL FOLLE

Titolo OriginaleDue date
NazioneUSA
Anno Produzione2010
Genere
Durata93'
Fotografia

TRAMA

Peter deve raggiungere la moglie in procinto di partorire. L’incontro con lo strambo Ethan creerà non pochi problemi…

RECENSIONI

 

Per Todd Phillips c’è l’ennesima  scadenza (Due Date) incombente da risolvere con un formativo road trip. L’autore continua il suo riconoscibile e interessante percorso dentro i saldi codici della commedia americana, questa volta arginando quanto basta il Frack Pack style nei suoi black out demenziali e puntando sulla sicurezza della linearità narrativa. Meno cult del precedente The Hangover ma di sicuro più maturo nel tratteggio dei suoi personaggi tipo, discreto nella gestione del tessuto classico che trova la matrice del buddy movie come cardine portante dell’intera vicenda. Non mancano le giuste dosi di eccentricità, capitanate dal delirante  Ethan, l’emblema di un genere moralmente fiducioso nella genuina saggezza del freak/loser, prima oggetto di diffidenza e repulsione, poi compreso perché spontaneo grazie una natura propria che ben presto innalzerà i suoi deficit a punti di forza.

Il progressivo ribaltamento di ruoli porta l’anaffettivo conformismo di Peter  a dipendere in tutto e per tutto dall’imprevedibile follia di  Ethan, guardando dritto in faccia il reale travaglio nell’aver represso il lato più infantile, quel traguardo fondamentale per lo sviluppo personale. C’è però qualcosa di diverso in questa crescita all’incontrario rispetto ai referenti più vicini quali Una notte da Leoni e Old School , dal momento che non ci troviamo di fronte a nostalgici bamboccioni inebriati dalla possibilità di poter respirare per un’ultima (?) volta i tempi passati. Qui Peter necessita di doversi responsabilizzare emotivamente, al di fuori di ricattatorie restrizioni mentali e limitanti retoriche, il riflesso di quella stupida autorità (irrisa quanto basta) che innesca il lungo viaggio dei due protagonisti.

(Un) Parto col folle. A partorire non è tanto Christine, quanto (metaforicamente) Peter, accudito dall'orso Ethan che taglierà l'ultimo e definitivo cordone ombelicale. E' il feeling tra la coppia, non esente da allusioni che vanno ben oltre la semplice amicizia, il vero punto di forza, attento al nostalgico gioco di emozioni che non sottomette l'opera alla dittatura, seppur sfiziosa e rigorosamente scorretta , delle gag. Phillipps usa inoltre uno sguardo che sa gestire bene  i tempi e gli spazi, che ha a cuore il ritmo della narrazione senza condannarlo sotto i pesanti colpi dell'enfasi comica. Non può ovviamente sfuggire all'inevitabile ritorno all'ordine, al classico happy ending che sancisce il trionfo della famiglia. E' solo un punto di arrivo, convenzionale, semplice spettatore di fronte alla ribalta televisiva di Ethan che trova, nell'interpretare se stesso, la chiave del successo. Il resto è solo "noia".