Documentario, Recensione

ORESTE PIPOLO FOTOGRAFO DI MATRIMONI

TRAMA

Le convulse giornate di lavoro di Oreste Pipolo, fotografo matrimoniale napoletano.

RECENSIONI

Prodotto e ideato da Carlo Cresto-Dina (suo il soggetto), Oreste Pipolo fotografo di matrimoni è senza dubbio un titolo minore nella filmografia garroniana. Eppure questo mediometraggio di 45’ non è un trito documentario professionale su un fotografo enfaticamente definito “il maestro di Napoli”, ma è un agghiacciante film dell’orrore: sotto le mentite spoglie del ritratto ufficiale si cela difatti una corrosiva vena di crudeltà che ridicolizza e sgretola il cerimoniale del matrimonio con tutto il suo campionario di convenzioni sociali e brutture d‘ordinanza. Vero e proprio istrione logorroico, Oreste Pipolo appare semplicemente mostruoso nella sua vulcanica irruenza: prevarica i collaboratori, pontifica incessantemente e infierisce su tutto e tutti, mettendo a soqquadro le abitazioni degli sposi e scattando delle fotografie che celebrano il trionfo del kitsch con sfrontata arroganza. Ovviamente la realtà locale partecipa festosamente a questa sagra del cattivo gusto, non solo assecondando le invasive pretese del fotografo ma addirittura andando fiera dell’agghiacciante sfarzo che addobba e scandisce il rituale delle nozze. Comparse in costumi settecenteschi, marce nuziali sparate a tutto volume, foto posate sullo sfondo di pescatori di polipi, pranzi a catena in alberghi arredati in stile barocco veneziano: non c’è fondo all’ostentazione di una crassa opulenza che degenera sistematicamente in pacchianeria. Se in questo ambiente eccessivo il chiassoso Oreste è nel suo habitat naturale, Garrone riprende le situazioni topiche della sua attività con un sarcasmo degno del Martin Parr più insolente: sposi infagottati in imbarazzanti abiti da cerimonia, invitati che sfoggiano mise improbabili, parate gastronomiche di pantagruelica imponenza, genitori e parenti che cianciano impunemente, il mandolino che trilla. Un incubo ai fiori d’arancio. Oreste Pipolo fotografo di matrimoni non è soltanto un pretesto per cogliere in flagrante la spettacolarizzazione del rito coniugale e per sbertucciare sottilmente “il maestro di Napoli” (c’è da scommettere che il rinomato fotografo non abbia colto il sarcasmo strisciante), ma è anche un’occasione per dialogare visivamente col territorio napoletano: Garrone approfitta del set urbano per abbandonarsi di tanto in tanto a derive ambientali che scrutano lo spazio circostante indugiando su passanti che si insinuano nell’inquadratura o osservano straniti il passaggio degli sposi nelle vie del centro. Accompagnato dalle sonorità scherzose della Banda Osiris, il cineasta romano gioca con le dissonanze e gli scarti improvvisi, staccando all’indietro con campi lunghi di sapore ironico o prendendo le distanze dal protocollo della cerimonia con eloquenti arretramenti della cinepresa che ne smascherano la grottesca fastosità. Una galleria fotografica finale passa in rassegna gli sconcertanti scatti effettuati dal maestro.

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