Fantascienza, Horror, Thriller

OLD

Titolo OriginaleOld
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2020
Durata108'
Sceneggiatura
Tratto daCastello Di Sabbia, graphic novel di Pierre Oscar Lévy e Frederik Peeters
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Guy e Prisca, prossimi al divorzio, e i due figli Trent e Maddox vanno in vacanza in un resort. Il direttore consiglia loro di recarsi in una spiaggia isolata, dove incontrano altri ospiti della struttura e scoprono che il tempo scorre molto velocemente.

RECENSIONI

Il film si apre con i titoli che crescono, si dilatano, lentamente quanto evidentemente. Nella prima sequenza, il piccolo Trent si lamenta coi genitori perché, dice, gli era stato detto che sarebbero arrivati a destinazione in 5 minuti “ma sono passati molto più di 5 minuti”. Una volta giunti al resort, vengono offerti dei cocktail di benvenuto dall’aspetto strano, tra l’alieno e il (para)medico. Saliti in camera, Guy nota subito il depliant di una casa farmaceutica, parlando del quale si dilunga in modo (col senno di poi) sospetto. La sera stessa, lo stesso Guy e la moglie Prisca (nomen omen) parlano del male/tumore di lei e poi litigano, rinfacciandosi le opposte attitudini nei confronti del tempo: lui pensa solo al futuro, lei vive nel passato. Poi arriva l’attacco epilettico di Patricia, che a questo punto supera già di slancio il grado zero di lettura e invita a chiedersi perché, o meglio, quale ruolo avrà nella narrazione. Sulla spiaggia, la prima cosa che fanno i bambini è rincorrersi, ma se vengono catturati devono rimanere immobili, giocando a fermare il tempo. Signs, ovunque, esche, tasselli da riordinare (prima o poi), a cui trovare una collocazione e un senso. Come sempre in Shyamalan.

La graphic novel “Castello di sabbia”, di Pierre-Oscar Levy e Frederick Peters, dalla quale è tratto Old, era molto più scarna, lineare e soprattutto enigmatica: mancava un prologo, mancava un epilogo chiarificatore, i signs, che pure c’erano e che Shyamalan riprende più o meno alla lettera (l’epistassi, il disagio mentale, il misterioso osservatore esterno), erano stranezze vagamente lynchiane che cadevano nel vuoto da dove erano arrivate. Nel film no, nel film c’è tutto e di più ma tutto ha un fine preciso, tutto trova un perché. Il trattamento che Shyamalan riserva alla sua fonte è forse significativo, quindi, chiarendo quale sia il suo approccio al suo cinema nel/del quale lui è il Re-gista, architetto e demiurgo che non lascia nulla di arbitrario, inspiegabile o inspiegato. Lo spettatore è preso per mano e trascinato nel gioco al quale dovrà partecipare rispettando le regole imposte dal game master, con tanto di metagiochi (cinefili: in quale film Nicholson e Brando recitano insieme?), senza troppi margini di manovra interpretativa. La sua presenza autoriale è (sempre stata) evidente fino all’ingombrante ma in Old sembra più esplicito del solito. Basti citare l’utilizzo del fuoricampo con cui procrastina forzatamente la (ormai non-) rivelazione della crescita dei bambini o il ruolo/cameo che si è ricavato stavolta, osservatore/regista/cameraman che riprende gli attori/personaggi sul set/spiaggia. Più chiaro di così.

Ma c’è un altro aspetto in cui Old rappresenta una sorta di outing per Shyamalan: la sua voglia di dire delle cose, di veicolare un “messaggio” (con risp. parlando). Certo, non una novità in senso assoluto, basti citare Signs, che era un film sulla Fede (tutto dipendeva da come venivano interpretati i segni) e E venne il giorno, obliqua parabola ecologista, ma stavolta, di nuovo, il regista di Mahe sembra giocare a carte scoperte. Ovviamente c’è l’attualissimo tema della sperimentazione farmacologica, con relativi dilemmi etici, c’è una riflessione niente affatto banale - arrivo a dire: toccante - sul passaggio dall’adolescenza all’età adulta (ieri avevo in testa pochi colori forti, oggi sono di più e più sfumati) e nell’arco di una giornata viene condensata un’intera vita di coppia, con malattia, tradimento, perdono e morte. Il tutto suscettibile a evidente lettura meta-: non fa parte, forse, della “magia del cinema” la capacità di condensare intere vite nell’arco della durata di un film?

Inoltre e infine, Shyamalan conferma due marche autoriali che non sempre gli vengono riconosciute: 1) una peculiare direzione degli attori, chiamati a recitare con una distanza, per così dire, catatonica dalla materia trattata, il che finisce per innescare atmosfere stranianti, a metà strada tra l’inquietante e l’ironico; 2) a proposito di ironia, ormai sembra chiaro che Shyamalan sia anche uno straordinario autore comico, di quella comicità difficile dal isolare e identificare (un po’ come quella di Kafka, che Wallace diceva essere difficile da far capire ai suoi studenti), ancor più difficile da spiegare. In Old, esemplare da questo punto di vista è l’utilizzo degli elementi splatter (l’estrazione del tumore che cresce letteralmente a vista d’occhio, con le incisioni che si rimarginano tra le mani) e delle citazioni mascherate, con l’espediente del tempo accelerato che trasforma il tetano o la carenza di calcio in mutazioni da horror anni ’80.
Certo, a Old, volendo, si potrebbero anche fare le pulci, dalla stereotipizzazione di alcuni personaggi, ad alcune pesanti incongruenze narrative (tutte le famiglie scomparse, nello stesso resort, non hanno destato sospetti?) passando per (ri)soluzioni un po’ facili (il messaggio cifrato). Appunti ai quali si potrebbe rispondere chiamando in causa l’autorialità di Shyamalan, interessato ad altro, ché il suo cinema ha svariati piani di lettura, che non contemplano la verisimiglianza (o la relegano in una posizione di scarsa/punta importanza). Personalmente parlando, di fronte a uno Shyamalan così ispirato e così shyamalaniano, non ho voglia di fare le pulci né di schiacciarle e preferisco, semplicemente, godermi il film.