Drammatico, Sportivo

OGNI MALEDETTA DOMENICA

TRAMA

La squadra dei Miami Sharks è in crisi dopo due anni di successi. L’allenatore, Tony D’amato, è pressato dall’insuccesso, dai var infortuni e problemi dei giocatori, dai malesseri all’interno della squadra e, soprattutto, dalla proprietaria , la giovane Cristina Pagniacci, che vuole, costi quel che costi, sotto ogni profilo, vincere il campionato.

RECENSIONI

Cinema a 360 gradi

E' cinema allo stato puro quello che per due ore e mezza aggredisce lo spettatore durante partite di football americano, vissute e filmate come fossero battaglie in cui in palio c'e' la vita stessa dei giocatori. Immagini ricche, riprese con angolazioni e tecniche diverse, montaggio frenetico, sound assordante, parole a raffica! Ma questo e' lo stile personale di Oliver Stone: tutto al massimo! A cominciare dai caratteri dei personaggi e dai contrasti che si creano, attraverso una sceneggiatura che funziona grazie proprio alle forti contrapposizioni che costruisce, in grado di appassionare e coinvolgere anche chi, come il sottoscritto, non conosce le regole del football e non ne e' nemmeno interessato.
Il rischio e' quello di un cinema di grana grossa, che predilige le emozioni epidermiche rispetto alle diverse sfumature dei personaggi. Ma Oliver Stone, grazie anche a una retorica comunque funzionale (non dimentichiamo che la retorica e' uno strumento per trasmettere un messaggio!) riesce comunque a rendere bene l'idea di una logica sociale e di mercato sottesa al business del mondo sportivo. Indimenticabile la sequenza che contrappone lo scontro generazionale e ideologico tra vecchio e nuovo, nel confronto tra Al Pacino e l'astro sportivo nascente, inframmezzato da sequenze di "Ben Hur". Insomma, ridondante, eccessivo, retorico, ma in grado di ridare al cinema la dimensione di grande spettacolo.

Platoon Ben Hur

Benvenuti nel 21º secolo, iperbolico e convulso: non c'è tempo per conoscere i compagni di vita, per valorizzare la continuità con il passato, per costruire delle relazioni stabili. Conta solo arrivare primi e da soli. Si vince o si perde e l'unico premio possibile è in denaro. Lo stadio di Oliver Stone e dello sceneggiatore John Logan (che firma, non caso, anche Il Gladiatore) è un'arena alla Ben Hur, dove le carni si contorcono al rallentatore e sprizzano sangue (e occhi…) per conquistare un centimetro di terreno. È un microcosmo della spietata lotta per la sopravvivenza, filmato, almeno nella prima parte, in modo straniato e allucinato per eccesso adrenalinico, come una realtà falsata dai mass media, da belle ragazze, da party di droga e sesso. Se tutto si riduce ad "industria", si perde il senso della realtà e della propria esistenza. Attraverso la figura di Al Pacino, anziano "sergente" di un Platoon in battaglia, neo "padre saggio" a Wall Street, Stone accende un faro morale per le nuove generazioni (Jamie Foxx e la cinica Cameron Diaz, impassibile anche di fronte a decine d'atleti nudi), reclama il "gioco di squadra", l'onore in battaglia e per i caduti. All'inizio è una voce debole, se ne perde il suono fra i suadenti, martellanti e fuorvianti stimoli del moderno che Stone replica con l'uso magistrale di un montaggio frenetico (d'assalto), moltiplicando i punti di vista (d'inquadratura). Quando, nella seconda parte, il regista presta maggior attenzione alle psicologie dei personaggi, ci rendiamo conto che il seme del buon senso si sta facendo strada fra le loro coscienze e Quella Sporca Ultima Meta diventa una (schematica) parabola edificante. L'umanità si fa strada fra i cadaveri della corsa all'oro. Una volta (vedi Non si Uccidono così anche i Cavalli?) si sarebbe condannata la corsa: Stone, forse "stoned", stordito anch'egli, infine si sollazza con il "grande gioco", epico e spettacolare, e osserva compiaciuto la propria caricatura appesa, in un bar, accanto a quella di Al Pacino.