Commedia

OCEAN’S TWELVE

TRAMA

Ocean e i suoi amici devono restituire 197 milioni di dollari al loro legittimo e spietato proprietario.

RECENSIONI

Beati loro!

"Ocean's Eleven" era un filmino simpatico, con una prima parte un po' soporifera ed un colpo grosso spassoso e ben congegnato che riusciva a mandare tutti a casa, se non proprio entusiasti, perlomeno sorridenti. Certo, senza un cast di celebrita' difficilmente il film avrebbe incassato la bellezza di quattrocentocinquanta milioni di dollari in tutto il mondo, e ancor piu' difficilmente Steven Soderbergh avrebbe avuto voglia e possibilita' di progettarne il sequel. Ma tant'e'. Stuzzicati dagli alti profitti (e, pare, dalla complicita' creatasi tra grandi mangiate e grandi bevute) gli undici si riuniscono, e al gia' nutrito gruppo di star si aggiunge la sempre piu' in auge Catherine Zeta-Jones. Beh, e' proprio il caso di dire "molto rumore per nulla", perche' il film e' davvero poca cosa. Dopo un eterno prologo in cui si ritrovano i personaggi sparsi per il mondo attraverso siparietti in stile sit-com (che, pero', non strappano manco un sorriso) finalmente il film parte, ma non decolla mai. Visto che lo scopo e' mostrare i divi e divertire, non si capisce perche' mai Soderbergh senta l'esigenza di complicare inutilmente la storia con fiacchi colpi di scena, salti temporali, doppi giochi e improbabili sfide. Il problema e' che la noia regna sempre sovrana, con personaggi privi di caratterizzazioni precise, in grado di dare ad ognuno adeguata specificita', e dialoghi allusivi e infarciti di citazioni (ma a che pro?). La sceneggiatura non si preoccupa della credibilita' e pensa basti annusare un po' di polvere di stelle per frenare gli interrogativi, ma la presunta leggerezza sfora presto in stupidita'. Difficile spiegare altrimenti soluzioni narrative inqualificabili come il furto effettuato sollevando un palazzo, il salvataggio in extremis da parte della mamma di uno del gruppo, la tecno-tarantella acrobatica con cui Cassel riesce a superare i raggi laser del sistema di sicurezza, addirittura un appiccicato "carramba che sorpresa!" e i mosci botta e risposta tra George Clooney e Brad Pitt. Una trovata simpatica e' far interpretare alla vera Julia Roberts la parte di una sosia della star, alle prese con un insistente Bruce Willis, ma l'idea sfuma il suo potenziale in quella che sembra improvvisazione, dilungandosi senza il sostegno di dialoghi brillanti. La regia non cerca la tensione ma prova a infondere personalita' al racconto. La fuga, un po' forzata, dal patinato passa attraverso sgranature, macchina da presa a mano ed utilizzo anti-spettacolare delle location. Purtroppo, pero', cio' che succede a un personaggio si ripete il piu' delle volte per gli altri e l'undicesima zoomata e' inevitabilmente accompagnata da uno sbadiglio. Quanto alle star, vera ragione d'essere del film, si prestano al gioco con divertimento, trasudando sollazzo e ostentando allegria. Peccato, pero', dover assistere a una vacanza tra amici spacciata per cinema. Tra l'altro, visti gli incassi incoraggianti del debutto americano, si affaccia lo spettro di un possibile tredicesimo innesto. Chissa', magari con il neo-divo del momento impegnato a sorseggiare tequila ai tropici, a cachet ridotto naturalmente. Buon per lui, ma a noi...?

Gruppo affiatato di attori si diverte per divertirci: l’inizio è canagliesco, fra Vacanze Romane e Ornella Vanoni (!), ma è come se Steven Soderbergh volesse destrutturare godardianamente la perfezione tecnica del capitolo precedente con punti d’inquadratura iconoclasti, la macchina da presa a mano, un montaggio elaboratissimo e poco conciliante, improvvisazioni varie, gag “straniate” come quella del “Bip!” sulle parolacce. È Ocean's Eleven filtrato dal caos organizzato di Full Frontal e dagli stilemi (vestiario compreso) del cinema di genere anni settanta: Soderbergh non ha alcuna intenzione di dare un seguito commerciale, si diverte a smontare il giocattolo, mostrando(si) le matrici del linguaggio Cinema, ingarbugliandolo senza appesantirlo fra flashback, montaggi paralleli, frequenti cambi di set (capitali europee comprese), inserti in bianco/e/nero, trame drammaturgiche complicate (adattando una sceneggiatura di George Nolfi nata per altri scopi), fermi immagine e, soprattutto, uno strepitoso, diegetico soundtrack 70’s. La simpatica metacinematografia è spesso geniale: Julia Roberts che finge di essere Julia Roberts (!) sfruttando la popolarità della diva (i fans a Roma) e l’accompagnatore Bruce Willis (nel ruolo di se stesso: un perfetto, ignaro complice per “rubare cinema al cinema”); altrove l'autoreferenzialità è talmente confusa da far rimpiangere il meccanismo rigoroso del film predecessore: vedere il (potenzialmente bello, peccato) colpo di scena della madre del personaggio di Matt Damon. I ladri aggiunti sono la seducente Catherine Zeta-Jones e un Vincent Cassel-Lupin III, protagonista di un sinuoso e magnetico balletto a suon di musica araba con i raggi infrarossi. Chiudono la partita fra ladri due flashback (con una non ben motivata complicità del maestro di Cassel).