Drammatico

MILLION DOLLAR BABY

Titolo OriginaleMillion Dollar Baby
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2004
Durata137'
Sceneggiatura
Tratto dadai racconti di F.X. Toole
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Un trainer sulla soglia della terza età allena, riluttante, una ragazza pugile sola e determinata. La sorte sarà loro complice e avversaria…

RECENSIONI

Dopo l’acclamato Mystic River, Clint Eastwood si riconferma grande narratore di dilemmi morali, sempre più crepuscolari e sottilmente imbricati nel tessuto del dibattito occidentale contemporaneo. L’inconfondibile voce rotta, lo sguardo impenetrabile ed un corpo che esibisce i gloriosi segni del tempo con una fierezza ed una mascolinità ineguagliabili, Eastwood esibisce un’altra costola spezzata e dolorante degli Stati Uniti: la divisione sotto la stessa bandiera in materia di fede, diritto e democrazia. Un atto d’amore controverso e pungente avvolto nello storytelling vellutato e struggente di cui “occhi di ghiaccio” – nelle doppie vesti di regista e attore protagonista – sembra voler continuare a riscrivere la Storia. Un film che rasenta la perfezione nel suo essere, allo stesso tempo, palinsesto di un codice tradizionale e disincantato veicolo per tematiche attuali e controverse. Stupendi ed essenziali la fotografia, il décor, ed il montaggio. Ben dirette, compatte e brutali le scene di lotta. Ironici e sopra le righe gli scambi di battute fra Eastwood e la sua grande “spalla” (definizione quasi oltraggiosa) Morgan Freeman. Appropriata Hilary Swank e il suo corpo robusto, flessibile e cesellato. Il difetto più grande che si può riscontrare è il nucleo dedicato alla famiglia della dotata atleta, che sembra eccedere nella sua stereotipata caratterizzazione e fossilizzarsi in un macchiettismo in cui Eastwood è scivolato altre volte – in tutta coscienza – e che rischia purtroppo di distrarre dalle qualità più introspettive della pellicola. Ad ogni modo, un film raccomandato a chi ama i sapori forti e tradizionali e non ha paura di commuoversi e di riflettere.

È difficile commentare un film che ha suscitato in noi forti emozioni; in particolare quando si nutre un pregiudizio negativo verso le opere che fanno della sofferenza un elemento centrale ed esibito, robusto essendo il sospetto di un suo uso strumentale, ricattatorio, per la naturale empatia e identificazione emotiva che talune situazioni drammatiche sono in grado di sollecitare nello spettatore.
Eastwood sembra essere consapevole di questo rischio, e cerca di porvi rimedio con l’espediente dell’anticlimax, affidato all’ironia dei dialoghi che fanno corona ai momenti anche più toccanti o disperati: espediente che quasi sempre funziona egregiamente, va detto, sì che nello spettatore il groppo d’emozione si scioglie in una smorfia amara e sorridente.
Tuttavia, pur sempre di un espediente si tratta. Intendiamo dire che il regista americano non ha conservato l’asciuttezza espressiva del sublime Mystic river, e ha virato la tragedia in melodramma, provvedendo di volta in volta – cioè episodicamente e per così dire dall’esterno, non strutturalmente – a correggerne il turgore patetico, sottolineato per contro da certe insistenze di scrittura (da confrontare con la straordinaria freddezza dello sguardo di Chéreau in Son frère, che pure ci risparmia assai poco sia in quanto a psicodrammi famigliari, che a sofferenza e umiliazione nella malattia della dignità dei nostri corpi).
Col limite suddetto, e ove si eccettuino gli ingombranti interventi della voce off di Morgan Freeman nel ruolo di narratore, il film è per ogni dove ammirevole: il respiro disteso della narrazione, lo stile che ancora una volta respinge la dominante retorica dell’anticlassico, il rispetto per i personaggi, l’altezza dei nodi tematici e la maniera limpida, lontana da cerebralismi o virtuosismi e anche perciò tanto più efficace, della loro messa in scena.
Caratteristiche, tutte queste, che siamo soliti lodare nel cinema di Eastwood, anche se non tutti i risultati possono ovviamente essere collocati al medesimo livello, e che si impongono all’attenzione pure in Milion dollar baby.
L’impianto allegorico, lo sport e le sfide che esso propone, sarebbe in verità alquanto logoro; ma è anche straordinariamente conforme all’aggressivo individualismo che è parte integrante dell’identità americana, e non a caso è stato sfruttato dal cinema U.S.A. centinaia di volte, con immancabile successo ed esiti variabili.
Qui viene utilizzato al meglio per servire la storia dell’anziano e solitario allenatore, gravato da un irresolubile senso di colpa nei confronti della figlia che rifiuta ogni contatto con lui (e le ragioni di tale conflitto, superflue nell’economia del film, molto opportunamente sono taciute), al quale il caso offre una seconda occasione. Eastwood è infatti troppo disilluso e troppo interessato al valore di un’umanità piegata dalla sconfitta, alla quale sola viene dischiusa la visione delle cose, per rimanere soggiogato da quell’ideologia assai vicina al darwinismo sociale che legittima lo stato di fatto risultante dai rapporti di forza, e tale da affascinare anche registi decisi a contestarla (com’è il caso di Stone: si pensi a Ogni maledetta domenica e, per certi versi, ad Alexander).
Lo scenario è ancora una volta quello di una storia famigliare, anche se i ruoli sono vicari e non biologici, con Freeman a fare da “madre” diplomatica e sottile mediatrice. Nel film precedente, il nucleo famigliare si rivelava un gorgo micidiale che abbatteva ogni remora morale, o un fallimentare tentativo di salvezza dalle proprie ossessioni, o ancora un rassicurante rifugio nel quale inabissare la propria responsabilità nei confronti degli “altri”. Qui, se viene meno la proiezione sociale e politica del dramma privato – la sequenza finale di Mystic river è un esplosivo atto d’accusa contro il paese che volle farsi giustizia da sé, e che trionfa mandando al sacrificio non solo i nemici presunti colpevoli ma anche i propri figli – rimane intatta la sua altissima carica etica, il cui segno viene però addirittura rovesciato. Così come ritorna il tema della fede e del rapporto con la religione.
Con grande acutezza, Eastwood traccia una corrispondenza tra la richiesta della religione – e dei suoi ortodossi rappresentanti – di un’obbedienza scevra da dubbi o domande, e l’analoga richiesta fatta dall’allenatore all’atleta e dal padre alla figlia. Ma solo nella messa in discussione delle antiche verità e nella libertà può vivere un rapporto autentico tra padri e figli; né gli uni possono pretendere di legare gli altri a sé con la minaccia della sfiducia o della punizione. Il rischio della disobbedienza, dell’infedeltà, dell’eresia non deve essere evitato, ma bisogna anzi corrervi incontro: è questo il movimento innaturale che l’amore, come la boxe, richiede. Si può perfino affermare che il tradimento di chi amiamo è il suo dono più prezioso, perché significa che il nostro amore non ha soffocato la sua libertà.
Il prezzo può essere altissimo, per tutt’e due; così, la figlia nuova e ritrovata viene aiutata dal padre, inizialmente contrario perché bloccato dalla propria paura esattamente come altri sono accecati dalle proprie ambizioni, a perseguire un sogno alla fine del quale v’è il buio della morte. A lui resterà un ulteriore carico di sofferenza, un nuovo senso di colpa dal peso forse insostenibile.
È qui che si colloca l’altro grande tema del film, lo straziante dilemma etico dell’eutanasia. Rinunciando a verbose operazioni di propaganda ideologica, Eastwood concentra tutto in poche battute: la vita immobile della ragazza dopo l’incidente; la terribile richiesta d’aiuto; il dialogo col sacerdote; il gesto d’amore e di morte, d’amore e perciò di morte, compiuto dal vecchio padre verso la figlia che proprio quel gesto gli aveva chiesto; l’eco di un sorriso, e poi più nulla; Eastwood che si allontana, curvo e disperato; il volto di Freeman che emerge dall’ombra.
In questa parte del film v’è un momento a nostro avviso cruciale. Nel confronto col sacerdote, questi sa unicamente ripetere glaciali parole di dottrina: “non devi fare nulla; sta a Dio aiutarla”. La risposta di Eastwood è bruciante – “è a me che ha chiesto aiuto, non a Dio” – e svela con un solo, nudo tratto la falsa coscienza di quelle parole, che dietro l’invito all’obbedienza al precetto nascondono la facile scelta dell’irresponsabilità. La replica del sacerdote lo conferma: “se farai ciò che ti chiede, te ne sentirai per sempre in colpa”. È vero, la scelta e la colpa sono inestricabili: possiamo salvarci dalla seconda solo delegando ad altri la prima. Ma, facendolo, pensiamo a noi stessi, alla tranquillità della nostra coscienza, non a chi ci ha chiesto aiuto.
Il dilemma, forse poco cattolico ma intriso di religiosità, non conosce risposte soddisfacenti. Poco prima, avevamo visto Eastwood pregare invano per la salvezza di una persona amata, come chiunque di noi credente o no ha fatto almeno una volta nella vita. Dio è muto, la risposta spetta unicamente all’uomo, ogni volta. Il prezzo che ci viene estorto può essere insopportabile, ma dobbiamo essere disposti a pagarlo se solo vogliamo essere uomini vivi, e non miseri automi volti all’affermazione di sé; se vogliamo davvero essere per gli altri, per l’altro. Il vecchio Clint lo sa, e amiamo ogni solco della sua faccia perché ha saputo raccontarcelo da par suo.

Clint continua nella sua messinscena dal sapore classico, trattando per ossimoro tematiche di infuocata attualità; in perizia formale ha pochi rivali, nella tenuta narrativa anche (oltre due ore fluide e compatte), il cast è lustro per gli occhi – e la splendida Swank si conferma ancora ad alti livelli - ma stavolta qualcosa scricchiola alla radice. Il film ha un inizio, uno svolgimento ed un finale preciso: la sequenza silenziata in cui la million dollar baby incappa nel tragico incidente. Da lì in poi, l’eutanasia di un regista: svolte narrative di grigia piattezza (la paralisi ed il confronto famigliare), spettri vaganti ognuno con il proprio MARE DENTRO (gli applausi mentali come le visioni di Sampedro nella recente sciocchezzuola di Amenabar), didascalia superflua e quasi offensiva nella sua prevedibilità, la pedante voice off come colpo di grazia, quella luce fredda negli occhi del mito che si riduce a faro del naufragio. Occupato stabilmente il trono di grande vecchio nel cinema Usa, il regista appare qui ingarbugliato sulla sua stessa idea di partenza, pronto a spararla a tutto campo senza adeguato filtro scenico; e se a MYSTIC RIVER, uscita imperfetta ma infinitamente stimolante, si potevano muovere critiche di ordine generale MILLION è l’opera di un pugile suonato che propugna una causa, fa la voce grossa sventolando una bandiera (esplicite sono le pugnalate alla “cattiva chiesa”) ma si perde sciattamente nel giro a vuoto. O meglio: rasentando consapevolmente lo stereotipo Eastwood si getta a corpo morto nell’emozione, è un romantico (nel senso inglese del termine) che vuole toccare le corde dell’animo ma risolve in modo spudorato – il pettinato dejà-vu smorza l’impatto del narrato e si stende su tutto, ora virile e composto (un dialogo interiore tra due dinosauri), ora apertamente patetico (la parola sillabata sul letto di morte). Un sipario epistolare di basso carato abbandona la ferita ancora aperta e sanguinante.
Che poi il pensiero insinuato dall’autore (stavolta “anziano” per davvero) sia sacrosanto e pienamente condivisibile (o meno), è una stimolante discussione da salotto domestico e/o aula parlamentare; al cinema ci piace(rebbe) soltanto vedere il film, che non si affievolisca insieme all’intervallo.