Commedia

MI SDOPPIO IN QUATTRO

Titolo OriginaleMultiplicity
NazioneU.S.A.
Anno Produzione1996
Genere
Durata100'

TRAMA

Oberato dal lavoro, non riesce a dedicare tempo alla moglie e ai figli. Un genetista gli propone di farsi clonare.

RECENSIONI


La poetica di Harold Ramis abita commedie fantastiche dal sapore classico, forti di un’idea di base vincente, che immaginano il Tempo come fattore chiave della difficoltà di vivere contemporanea, fra divertenti situazioni paradossali e riflessioni socio-psicologiche. Se nel precedente Ricomincio da Capo (sempre con Andie MacDowell) il Tempo si bloccava, qui si moltiplica (nello Spazio…) e mette a nudo il cruccio maggiore del cittadino consumista/capitalista, la mancanza di tempo libero, dovuta anche alla duplicazione di ruoli (soprattutto per la donna/madre che s’immette nel mercato del lavoro). Michael Keaton, grazie all’ottimo lavoro di Richard Endlund agli effetti speciali, si fa letteralmente in quattro e offre i momenti più brillanti in interazione con gli altri se stessi: se l’alter-ego effeminato e quello rude sono più scontati, il colpo di genio è stato l’inserimento del tipo “scemo/folle”, spassosissimo come almeno due scene, quella in cui Keaton nº 1 sbircia il pene di Keaton nº 2 in bagno e quella in cui i tre cloni vanno a letto con la MacDowell contemporaneamente. Fra i vari temi solo sfiorati (com’è giusto che sia in una commedia), si ragiona anche sulla natura dell’identità, su come le esperienze possano modificarla nonostante l’identico patrimonio genetico, e s’approda alla morale “Torna a far parte della tua vita”, perché è la qualità del tempo, non la quantità, a fare la differenza. Fatta anche la tara di qualche inverosimiglianza (innanzi tutto, è difficile credere che un genetista produca cloni con tanta superficialità, per mille dollari), purtroppo la commedia è oltremodo giocata sul dramma sentimentale/familiare e su situazioni elementari (lo scambio di ruoli da papà a “mammo”) che trascurano l’enorme potenziale di equivoci esilaranti della circostanza. Contiene anche uno sproposito etico: dà per scontato che questi cloni siano ubbidienti, servili, pseudo-oggetti, senza accennare ai loro diritti da esseri viventi. Un’involontaria devianza da quel “politically correct” che la pellicola profonde in campi più scontati, come la parità della donna. Citata La Mosca di Cronenberg.