Fantascienza

MEN IN BLACK II

Titolo OriginaleMen in Black II
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2002
Genere
  • 66985
Durata94'
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Un’aliena cattiva e tentacolata sbarca sulla terra per recuperare una luce magica che conferisce poteri dei quali, al momento, non ricordo quasi nulla. Poco male. Quasi subito si scopre che tanto la trama è solo un pretesto per girare un sequel appena più riuscito dell’originale…

RECENSIONI

Men In Black era un classico esempio di megaproduzione multitarget, confezionata per grandi accondiscendenti, piccini di fine millennio e spettatori consapevoli addolciti dalla zolletta di zucchero dell’(auto)ironia. Men In Black II è, 5 anni dopo, un classico esempio di megaproduzione multitarget, confezionata per grandi accondiscendenti, piccini di inizio millennio e spettatori consapevoli addolciti dalla zolletta di zucchero dell’(auto)ironia. Solo un po’ più divertente.
Là dove MIB azzeccava qualche gag ma zoppicava vistosamente stiracchiandosi verso una sequenza finale, però ammettiamolo, s-p-l-e-n-d-i-d-a[1], MIIB è più smaliziato dal pdv strettamente comico e, nonostante il suo statuto di sequel indurrebbe a pensare il contrario, regge meglio la novantina di minuti di mostrilli e bave gentilmente offerti dalla Industrial Light & Magic[2], dimostrandosi complessivamente più fresco ed agile del suo predecessore. Merito sicuramente di una coppia d’attori ben assortita (Will Smith ci è, Tommy Lee Jones probabilmente ci fa[3]) e di una sceneggiatura che dimostra di gestire con disinvolto mestiere le due-tre ideuzze fondanti e costituenti della serie, annacquando gli elementi potenzialmente più “scomodi” del primo MIB (es.: il parallelismo/metafora invasione aliena-immigrazione) e facendo sporadiche scampagnate dalle parti del politicamente scorretto (le gag “cattive” ai danni del povero Michael Jackson[4]). Tutto qui.
Ultima annotazione: MIIB ha esplicitamente imboccato la via dell’autoreferenzialità[5]; benché il fattore meta- sia sostanzialmente implicito in ogni sequel di ogni sequela, l’esplicitazione-appalesamento del fatto che un film sia un film e che un sequel sia un sequel[6] deve sembrare a Hollywood un buon espediente per mettersi al riparo da certe critiche e da certa critica. In effetti lo è. E’ difatti innegabile che la frase di lancio “back in black”, riferita tanto all’avvento di meninblackdue (il film) quanto al ritorno dell’agente K tra le fila dei meninblack, scoraggi un po’ da subito il trito, frusto e vieto j’accuse ai soliti-americani-a-corto-di-idee-che-non-trovano-di-meglio-che-girare-seguiti-dei-film-di-successo, j’accuse al quale i soliti-americani rispondono: “lo sappiamo, grazie, ma come vedete abbiamo il buon gusto di scherzarci su”. Contenti loro, moderatamente, svogliatamente contenti noi...

Perché esplorare l'universo con STAR TREK quando le forme di vita aliene si nascondono fra di noi? Lo spazio è un concetto relativo. Come ogni Man in Black che si rispetti, Smith/J soffre di solitudine ma finisce con lo stupirsi delle vedute ristrette di un popolo alieno che lo elegge a divinità del secolo e vive all'interno di un armadietto, ignorando l'esistenza di un mondo oltre lo sportello. L'ultima inquadratura di (per gli amici) MIIB rimpicciolisce i nostri eroi in un abissale scenario d'armadietti, incastonati in chissà quale parte del Tempo e dello Spazio. Tutto è relativo. Speculazione a parte, il secondo capitolo delle Pompe Funebri dello Spazio non tradisce più di tanto le aspettative, smette le vesti del kolossal-cult e indossa gli abiti di un B-movie di fantascienza degli anni cinquanta, svelto, efficace, divertente, ingegnoso. Manca l'effetto novità, ma le morfologie extraterrestri di Rick Baker (trucco) e John Berton (effetti visivi) sono sempre estrose e irresistibili. Sonnenfeld (LA FAMIGLIA ADDAMS 1 e 2) è un esperto in miscele d'orrore e comicità (e in seguiti all'altezza dei predecessori) e i suoi angeli custodi dell'immigrazione intergalattica (cui si aggiunge il logorroico e simpatico cane Frank) hanno umor "nero" da vendere, fedeli ad una linea editoriale che accantona i vangeli del politically correct secondo Hollywood. Spruzzate d'(in)sano, edwoodiano, "trash" sono rinvenibili nella messinscena kitsch della serie Tv presentata da Mr. Mission: Impossible, nella sequenza in cui l'alieno è "gravido" di un umano divorato e lo vomita per ragioni estetiche (!) e nell'idea dell'evacuazione che diventa letteralmente uno sciacquone (!).La femme fatale Linda Fiorentino è sostituita da Mrs. Lara Flynn Boyle ed è un topos il combattimento finale con il super-schifido mostro ma, cloni a parte, tutto il resto (o quasi: confischiamo il cinefilo rincoglionito) è una striscia spassosa: dal cameo di Michael Jackson al deneutralizzatore simil-sedia elettrica, dal mento pallonio alla gag dell'arsenale nascosto nel tranquillo focolare borghese. Per 48 ORE, i "poliziotti" Smith e Jones si fanno da spalla l'uno con l'altro e finiscono con lo specchiarsi in una storia che si ripete (l'amore perduto), in un "seguito" uguale ma diverso, inferiore agli occhi di chi ha la memoria storica del precedente. Tutto è relativo.