Drammatico

MARIE ANTOINETTE

Titolo OriginaleMarie Antoinette
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2005
Genere
  • 66902
Durata123'
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Vita e affanni della viennese Maria Antonietta a Versailles, sposa del futuro Luigi XVI, dalle nozze al fatidico 1789.

RECENSIONI

Sofia Coppola è una regista abbondantemente sopravvalutata che realizza “solo” buoni film, e quest’ultimo, accolto tiepidamente a Cannes dalla critica non francese, non fa eccezione. Sebbene l’autrice del Giardino delle vergini suicide sembri inizialmente aspirare a vivisezionare, con spirito da entomologo, il dorato e fatuo (altro) mondo di Versailles, con i suoi rituali, i doveri dell’etichetta, il Petit e il Grand Trianon, le fontane zampillanti e la Galerie des Glaces, presto, molto perspicacemente, si accorge di non poter eguagliare Kubrick, abbandona la via del Maestro ed imbocca quella di Bridget Jones. 
Il racconto biografico della giovane Maria Antonietta, di origine austriaca, si trasforma così in una piacevole commedia sentimentale e di formazione che solo casualmente ha per décor le tappezzerie, i divani, le sedie Luigi XIV, i proliferanti specchi suscettibili di produrre involontarie mises en abyme e per costumi le sfavillanti invenzioni della grande Milena Canonero; che solo accidentalmente incappa nella Storia (il 1789, la rivoluzione, la boutade delle brioches) e che giustamente, in colonna sonora, mescola l’inevitabile Romeau e i giovani Air (vale a dire: la musica del rito, del coté pubblico, degli altri e le melodie dell’intimo, del privato, di lei). 
I patimenti della giovane delfina diventano paradigma di “genere”, dal momento che coincidono con i turbamenti e le angosce che sconta ogni adolescente al momento del suo ingresso in società. Nel caso specifico, Maria Antonietta sopravvivere alla routine inventandosi un “micromondo” impenetrabile proprio come le giovani suicide, supplendo istericamente ai deficitari piaceri della carne ed esorcizzando il paradosso di una solitudine sottoposta perennemente allo sguardo indiscreto delle damigelle o dei paggetti della corte ingozzandosi di dolciumi o scritturando lo stilista più in voga, in grado di regalarle improbabili mise ed acconciature che avrebbero fatto risparmiare la fatica di una caricatura a un Daumier. 
La Coppola è abile nel mescolare le carte, nel pedinare la donzella nelle stanze della reggia, nel cogliere i rari momenti di tenerezza ritagliati tra pranzi e cene consumati sul proscenio e battute di caccia: gli imbarazzi ed i tentennamenti del giovane fessacchiotto Luigi XVI nell’alcova, più interessato allo studio delle serrature che alla pratica sessuale; la libertà finalmente raggiunta con la piccola figlia nel Petit Trianon, che coincide singolarmente con la scoperta della dicotomia Natura/Civiltà (tramite Rousseau); la liaison, neanche tanto clandestina, col bel soldatino olandese, di ritorno e pronto a ripartire per il fronte americano, conosciuto dalla delfina durante un ballo in maschera à la Baz Luhrmann; l’attesa snervante nelle anticamere durante l’invasione della reggia da parte della folla inferocita (resa acusticamente, e con straordinaria efficacia). 
Cast all’altezza, dalla vitale Dunst al rigidissimo Schwartzman, dalla maliarda Madame du Barry versione Asia Argento alla sempre luminosa Aurore Clément. 
Più che un romanzo storico, un efficace e ben impaginato manuale per giovani ragazze di buona famiglia e non. Ed in questo consiste l’originalità (più che la modernità) della lettura della regista: nell’aver utilizzato la Storia ed i suoi orpelli come sfondo nel quale calare un itinerario metastorico e come pretesto per redigere, con grazia e sensibilità, il terzo capitolo della serie “ragazze smarrite”, aggiungendo un nuovo tassello al proprio mosaico di figure femminili in fieri, iniziato con le vergini suicide e proseguito con la splendente e sfuggente Charlotte di Lost in Translation.

PS: per una volta, il recensore che più volte si macchiò di questa colpa, risparmia al lettore lo svelamento del finale.

La pellicola di Sofia Coppola mostra molto chiaramente che la sua regista trovava stimolante realizzare il racconto di un’adolescenza, non un film storico. E infatti persegue l'intento in modo radicale, non mostrando nulla di ciò che accade al di fuori della reggia, nulla della Rivoluzione in arrivo, nulla della vita e dei sentimenti del popolo, realizzando un film profondamente intimista. Neppure un accenno agli Stati generali, che pure coinvolsero direttamente i sovrani, ed un finale in cui la tempesta esterna piomba all'improvviso sulla reggia, praticamente inattesa. La narrazione si ferma al 1789, giacché allora termina la vicenda di Maria Antonietta di Versailles.
Per quanto Maria Antonietta fosse forse estranea a ciò che accadeva al suo paese e ripiegata su se stessa, questo distacco e questa tenace omissione risultano narrativamente un po’ stranianti se non inverosimili, seppure non casuali dal momento che alla Coppola interessava evidentemente raccontare la vita di una donna imprigionata sotto una campana d'oro e, in misura minore, la vita della corte che la circondava. Il quadro della corte di Versailles da parte sua risulta a tratti efficace, a tratti approssimativo, basti pensare alle scene dedicate all’ostilità con la contessa du Barry (nota a margine: Asia Argento deve la sua partecipazione al film al fatto di essere volgare e naturalmente antipatica?). 
Sofia Coppola è abituata a gestire bene i silenzi, eppure quest’ultima prova lascia in alcuni passaggi un po’ freddi ed assonnati.
Maria Antonietta è forse troppo idealizzata nella prima parte, ingenua e conciliantissima ragazzina che si aggira per Versailles spaesata dal grottesco della propria condizione sfortunata. Ed è raccontata con distacco da "osservazione sul campo" dopo, con una scelta dei tempi non sempre coerente. Se emerge certamente bene la ragazza affamata di sensazioni, che gradualmente afferra senza misura tutte quelle che le capitano a portata di mano, con una mollezza verosimilissima, ci si chiede come la madre insofferente all’etichetta di corte e fulminata dall'esigenza di vita semplice a contatto con la natura proprio in quella fase della vita si dedichi all’adulterio.
La parte più gratuita e noiosa è proprio quella relativa alla relazione col conte Fersen, relegata a breve tresca patinata (coerentemente con la tesi della fame di divertimenti, si può presumere), quando le testimonianze storiche tramandano con certezza un legame profondo durato molti anni, provato dalla corrispondenza e dalla fuga di Varenne organizzata da Fersen a rischio della sua vita.
Qualche sbadiglio e qualche mancanza, dunque, pur in una ricostruzione formalmente splendida e sgargiante, pur riconoscendo alla Coppola di aver saputo rendere l'immagine che di certo aveva in mente della vita di una adolescente comunissima ma dal destino unico, totalmente plasmata dalle circostanze.

Marie Antoinette c’est moi, potrebbe dire la regista, la delfina a tutto shopping, dall’infanzia inevitabilmente dorata, catapultata suo malgrado in un mondo adulto (Questa è Versailles=That’s Hollywood), la “figlia di” che ha sempre avuto tutto (e adesso dà anche sfogo al gigantismo che fu del papà) ma pagandolo caro, a lungo incompresa e osteggiata da chi la circondava (i pianti e i rigorosi riti - apparizioni, soirée-berline e flash cui sottoporsi -, il chiacchiericcio malevolo della corte-jetset): non è un caso che la vicenda umana della protagonista (facile rinvenire, in questo fulmineo percorso di traumatica iniziazione e dolorosa fine, il fil rouge che lega Marie Antoinette agli altri lavori dell’autrice) sia filtrata attraverso la sensibilità e il mondo dell’adolescente che la Coppola fu (e questo spiega non solo la spiazzante e poppeggiante colonna sonora[1] ma anche la prevalenza, in essa, di pezzi new wave anni 80; e ancora che i consigli sulla condotta da tenere a palazzo - ma fuori cosa sta succedendo? - vengano da un’ambita mamma rock - la voce di Marianne Faithfull, prevalentemente fuori campo, è tra le cose più belle dell’opera: ditele pure addio, italiani tapini -). 
Peccato però che questa impronta, questo sottile appropriarsi del personaggio, modernizzato poiché idealizzato, rimanga vezzo autoriale soltanto accennato e che tale cenno renda sostanzialmente (e di rimando stilisticamente, e/o viceversa) incerto l’intero film, non connotandolo mai, al contrario affermandosi come carineria a fasi alterne (la lunga sequenza prettyinpink - gli acquisti smodati della ragazzina, acconciature-dolci-scarpe-nastrini a gogò, le chiacchiere con le amiche - che sembra tratta, appunto, da un teenage-movie di un ventennio fa), l’opera funzionando soprattutto negli altri momenti, quelli in cui si girano (in ogni senso) le pagine de “il libro-una vita” della (s)fortunata regina, soffermandosi su certi episodi (la reggia è un megateatro emotivo), inquadrando figure in movimento, senza nessuna urgenza di approfondire un carattere o di effettare un’immagine, senza cadere mai nella tremenda (poiché ipotetica) introspezione o nel fatuo fuoco d’artificio visivo, mantenendo lo sguardo saldamente in superficie, lasciandolo scivolare felicemente tra pubblica magnificenza e tenera intimità.

Tra la soffusa morbidezza di Watteau e la maliziosa opulenza di Fragonard, Sofia Coppola sbozza elegantemente la vicenda della “sua” Maria Antonietta in perfetto equilibrio tra caratterizzazione psicologica e osservazione comportamentale. Nella prima parte abbondano le notazioni intime e le sfumature emotive (dall’angelico candore del viaggio in carrozza alle calde lacrime di Versailles passando per la malignità dell’astioso pissipissi di corte), mentre nella seconda (dalla morte di Luigi XV in poi) l’analisi caratteriale lascia spazio alla descrizione delle situazioni, abbandonandosi maggiormente alla varietà e all’imprevedibilità degli eventi. Fiancheggiata dall’estro luministico di Lance Acord (già direttore della fotografia di Lost in Translation), la trentacinquenne cineasta newyorkese riserva alle due parti un trattamento filmico fortemente differenziato: se nella prima sta molto addosso a Maria Antonietta (una Kirsten Dunst sottile e guizzante) imprigionandola nelle opprimenti architetture della reggia, nella seconda lascia che le inquadrature respirino maggiormente, rompendo le rigide simmetrie visive di Versailles con squarci ariosamente trasgressivi e lasciando che un’allegra ventata di disordine scompagini la rigorosa etichetta di corte. Chi scrive ha preferito quest’ultima, soprattutto in virtù di una maggiore inafferrabilità, ambiguità e levità stilistica. Osservazione eccentrica: le sequenze en plein air (soprattutto quella col Conte Fersen) mi hanno ricordato un film sublime e osceno al tempo stesso, Elvira Madigan (1967) di Bo Widerberg. Letteralmente imprescindibile.