Thriller

L’UOMO CHE SAPEVA TROPPO (1956)

Titolo OriginaleThe Man who Knew Too Much
NazioneU.S.A.
Anno Produzione1956
Genere
Durata120'

TRAMA

Ben MacKenna, medico americano in vacanza a Marrakech con la moglie e il figlioletto, viene casualmente a sapere che si sta organizzando un attentato ai danni d’un uomo politico in visita a Londra. Per impedire che MacKenna riveli alla polizia quanto sa, i criminali ne rapiscono il figlio. Il brav’uomo e sua moglie dovranno cercare di salvare il bambino da soli.

RECENSIONI

Il film, remake di un lavoro del 1934, offre insieme a Intrigo Internazionale un esempio paradigmatico di due costanti nella filmografia di Hitchcock: in primo luogo, la strategia narrativa del MacGuffin (il pretesto narrativo di estrema importanza per i personaggi e che guida la storia raccogliendo l'attenzione dello spettatore, ma privo d'interesse per il creatore di forme che siede dietro la m.d.p.); la spy-story è infatti per sua natura una macchina che genera curiosità e domande ma non è tenuta a soddisfarle minuziosamente, in quanto lo spettatore è disposto ad accettare in tali plot un certo grado di opacità, viceversa intollerabile nel whodunit. In secondo luogo, la ricorrenza tematica dell'uomo comune, perfino banale (come nel caso di Mr MacKenna), coinvolto dal caso in vicende di cui sono parte governi, servizi segreti e misteriosi e malefici potenti, con i quali egli dovrà confrontarsi per difendere sé o i suoi cari. Qui, l'identificazione con i protagonisti e la loro angoscia è realizzata con grande efficacia, anche grazie alla giusta misura di Jimmy Stewart (una sicurezza) e Doris Day (una rivelazione); la scena londinese, col petulante e allegro chiacchiericcio degli amici sovrapposto alla loro (e alla nostra) ansia malcelata, ne è una sapida conferma.
Come spesso accade nei film del maestro britannico, si comincia con i toni di una blanda commedia, nella quale con perfetto timing vengono disseminati inquietudine e sospetti subito contraddetti con nonchalance. Il gioco dei rapporti dei protagonisti con l'ambiguo Monsieur Bernard e con la coppia conosciuta in albergo è calibrato al millesimo e senza disonestà diegetiche. Un esempio fra i tanti possibili: lo stupore dei Drayton di fronte al battibecco dei MacKenna è un doppio colpo di genio; per l'umorismo della situazione di imbarazzo che si è creata, e perché contribuisce a rendere spontaneamente credibili i due inglesi (sicché nella successiva scena del mercato apparirà uno sviluppo perfettamente naturale che il bambino sia affidato alle cure di Mrs. Drayton già prima dell'omicidio).
Solo marginali per contro - per il prevalere del sentimento parentale duramente provato dalla paura - ma comunque gustose le notazioni sulla vita di coppia, qui solo ironiche (mentre altrove avevano e avrebbero saputo diventare sarcastiche): in particolare, l'insoddisfazione della moglie per l'abbandono della carriera artistica, che contraddittoriamente lei cerca di curare sperando in un altro figlio (non desiderato dal marito), e che ha di certo prodotto più di uno screzio nel placido ménage casalingo ("Stiamo per avere la nostra discussione mensile?", gli chiede lei a un certo punto).
Si è sempre celebrata di questo film la scena all'Albert Hall; alla sua algida geometria, e alla sua ancor più algida logica del conflitto fra morale e sentimento (perché della vittima designata dell'attentato non importa niente a nessuno), noi preferiamo l'accensione cromatica della scena di Marrakech (il blu della vernice, il bianco dell'abito, il marrone scuro del volto, il rosso del sangue), la sua efficacia da incubo (il coltello nella schiena da cui non ci si riesce a liberare), la sua perfetta costruzione a incastro, con piani visivi sempre più ravvicinati dal campo lungo fino al primissimo piano, e poi fino al dettaglio degli occhi di J. Stewart.
Se l'uso del carrello raggiunge ancora una volta vertici straordinari d'intensità ed efficacia e se è di geniale civetteria l'inserimento di continui intralci alla salvezza, dovuti ad obblighi di buona educazione e di rispetto dell'autorità, anche gli oggetti-simbolo fanno la loro ennesima comparsa (ma non siamo ancora alla sublime astrazione di Psycho, dove il coltello è l'omicidio): strumenti musicali, in questo caso, casuali portatori di morte insieme all'ignaro e indifferente orchestrale. Gli interrogativi sembrano di ordine metafisico; forse per questo il film non suscita troppa inquietudine morale, al contrario di altre opere - certo meno perfette - dell'autore, ma dà come l'idea di un'ironica maniera giunta alla propria acme, rilassata e imperturbabile nell'invenzione figurativa. A tale effetto concorre il carattere monolitico e piuttosto stereotipato dei "cattivi", non bastando certo a smentirlo l'incertezza pur risolutiva di Mrs Drayton.