Drammatico, Recensione

LEONORA ADDIO

TRAMA

Luigi Pirandello muore a Roma il 10 dicembre 1936 e nel suo testamento lascia precise disposizioni: «Sia lasciata passare in silenzio la mia morte. Agli amici, ai nemici preghiera non che di parlarne sui giornali, ma di non farne pur cenno. Né annunzi né partecipazioni. Morto, non mi si vesta. Mi s’avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso. Carro d’infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m’accompagni, né parenti, né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta. Bruciatemi. E il mio corpo appena arso, sia lasciato disperdere; perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare sia l’urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti, dove nacqui.» Ma le cose non andarono proprio così…

RECENSIONI

Cinema e treno hanno parecchi elementi in comune: si può dire, seguendo una determinazione già ripiegata su sé stessa, che il secondo catalizzi il movimento potenziale del primo; oppure, muovendosi ancora di più verso il legame essenziale, si osserva come, all’interno del veicolo, il corpo in apparenza immobile del soggetto viaggiante sia in tutto e per tutto spettatore di uno spostamento, di una veduta che si compone davanti agli occhi, di un’esperienza fisicamente inerte, statica, eppure psichicamente viva, dinamica.
La visione di Leonora addio si dipana seguendo quest’idea semplice, paradigmatica, costituente il sostrato dell’arte cinematografica, della quale Paolo Taviani si avvale per rendere visibile un processo invece assai complesso, quasi alchemico, che già è inscritto nel seme dell’intuizione stessa: la trasmutazione del cadavere in corpo mobile o, meglio, la realizzazione della morte come avventura incerta, transitoria, trasformatrice, al di fuori della nuda carne.
Il procedimento che conferisce movimento all’immobile, inerzia che si configura nelle ceneri di Luigi Pirandello (ceneri, appunto: manifestazione ancora più sottile di un corpo che all’inizio del film è celato allo spettatore), descrive sia la constatazione di una fine, di un tormento interiore mai risolto nello spazio della vita del grande letterato e che persiste, in maniera quasi grottesca, anche dopo la morte, sia il divertimento di un gioco filmico che utilizza l’equivalenza tra viaggio/spostamento e corpo/macchina da presa come momento speculativo che vede fronteggiarsi morte e forza vitale, lutto e superamento dello stesso, sguardi rivolti all’indietro e proiezioni in avanti.

In questo senso, è proprio il treno a costituirsi come corpo-veicolo, set inclusivo che è al tempo stesso carro funebre e teatro di speranze e amori in fieri, figura filmata sullo sfondo di alcune vedute e contemporaneamente oggetto vivo che costituisce il movimento stesso della macchina da presa.
Sono i paradossi e le dicotomie a animare, insomma, l’ultima opera di Paolo Taviani, opera che vive sospesa tra assenza materica e presenza spirituale (il film è dedicato al fratello e compagno di una vita Vittorio), tra memoria e rappresentazione (ammirevole la leggerezza con la quale si giustappone messa in scena, cinema e materiale d’archivio), tra ancoraggio alla terra e appartenenza al tutto (e qui assistiamo al passaggio mirabile dal bianco e nero, che termina con la sepoltura nella roccia di una parte delle ceneri di Pirandello, al colore, che inizia con la scena della liberazione della parte rimanente nei pressi del mare).

A corredo di un discorso squisitamente teorico/poetico, Taviani aggiunge nella parte finale l’adattamento de Il chiodo e mette in scena, a differenza di quanto accade all’inizio, un rapporto violento e non mediato con la morte. Infatti, se in principio il cineasta italiano ci fa sentire la voce di Pirandello fuori dal corpo dell’artista (corpo, come si diceva poc’anzi, non mostrato), voce che si concentra sui segni che il tempo imprime sui propri figli e che rimane pertanto confinata in una dimensione parallela, nel finale lo spettatore si trova ad assistere a un contatto concreto tra corpo vivo e cadavere, relazione che sublima in una presa di coscienza immediata dell’esperienza della morte come presenza costante e imperitura del nostro esistere.