Commedia

LEONE NEL BASILICO

TRAMA

Nella grande stazione ferroviaria una donna va sola tra tanta gente. Va in fondo a un binario. Perduta nel proprio scontento si siede su una panchina. Ha circa sessant’anni i capelli di un rosso cupo perfettamente tinti e pettinati e un vestito un po’ elegante, un po’ troppo caldo, un po’ troppo fuori moda. Vicino a lei un carrellino della spesa. Vuoto. La donna si chiama Maria Celeste e si sta mettendo sulla lingua delle gocce di Serenase. Fatto. Ora dorme seduta sulla panchina. Quando una mano la scuote e una ragazzetta le mette tra le braccia un bambinetto di circa 10 mesi e scappa via correndo…

RECENSIONI

È una favola: lo dicono le due fate-coro (che sono anche due personaggi della narrazione) che scandiscono inizio e fine. Ed è un film  sulla morte: la casa di cura-ospizio ne è l'anticamera, il percorso a tappe di Maria Celeste, che arranca nell'afa d'agosto, costituisce la premessa al vero lungo viaggio, annunciato, inevitabile, dopo la chiusura dei conti esistenziali in sospeso. Leone (c'è sottile autobiografia) - il neonato di cui la protagonista (Ida Di Benedetto, mattatrice) si deve improvvisamente prendere cura, e a cui nel finale passa un ideale testimone - diventa l'occasione per stilare quel bilancio di una vita sempre rinviato, per fare quell'autocritica accortamente evitata. Non solo: tutte le ipocrisie crollano allorquando dal basilico fa capolino il volto furbetto del piccolo.
Procede con questo spirito disincantato il film che riporta Pompucci al cinema dopo una quindicina d'anni: in un'Italia sfatta ed esausta, la protagonista ridiscute se stessa e gli altri, tra soste al sexy shop - mentre sfila una processione - e puntate all'ennesimo spettacolino su una piscina in cui ci si sente protagonisti purché si parli a un microfono.
Film delicato e apocalittico allo stesso tempo, Leone nel basilico si muove sul filo della surrealtà e sfiora il caricaturale quel tanto da non sconfinare nel grottesco; un'opera buffa  che gioca di onirismi, tocca Fellini (più volte in modo implicito, infine dichiaratamente) e che, nella sua povertà priva di complessi, guarda con umiltà a Pasolini.