Drammatico, Recensione

L’ECLISSE

NazioneItalia
Anno Produzione1962
Durata123’

TRAMA

Lascia il proprio fidanzato e conosce un ragazzo che lavora in Borsa.

RECENSIONI

Dopo la depressiva Milano fantascientifica di La Notte, una Roma mai così deserta, desolata, apocalittica, abitata da volti perduti nel vuoto dell'esistenza, da materiale grigio che si staglia nel livido verde, dall'opaco moderno che annienta qualsiasi vitalità. Sono essenze astratte filtrate attraverso gli occhi di una Monica Vitti disillusa nei sentimenti, errabonda nell'animo, insicura sul proprio piacere, borghese sofferente in quanto ha la facoltà di preoccuparsi della sua felicità. Quest'angosciosa eclisse (Antonioni: “Durante l’eclisse probabilmente si fermano anche i sentimenti”) che ricopre oggetti e persone è fotografata in modo magistrale dalla macchina da presa di Antonioni, attraverso istantanee e inquadrature estranianti degli individui: dall'alto, oblique, dal basso, con campi e controcampi insoliti, nuche in primo piano (simbolo d'espressività occultate). Fra tanta immobilità la logica del denaro relega la frenesia nel solo palazzo della Borsa: Alain Delon è in corsa continua contro il tempo per accumulare beni materiali, Vitti compresa. Il finale ambiguo di La Notte è sostituito da una conclusione volutamente inconcludente e poco attraente, una lunga, estenuante rassegna di immagini "altre" rispetto alla dinamica d'approccio dei due protagonisti, messe lì per restituire, ancora, le sensazioni d'una donna cinica, sola, plumbea. Il racconto non viene chiuso, se non con un indefinibile alternarsi di effusioni di gioia per il nuovo amore e sguardi fissi nel vuoto per la consapevolezza della sua esilità. Terza tappa della "trilogia dell'incomunicabilità", terzultima d'una tetralogia sulla donna e le coppie nella società contemporanea (segue Deserto Rosso), con scelte estetiche sempre più ardue: L'Eclisse è probabilmente l'anello più debole perché, una volta afferrata la sua chiave di lettura, tutto diventa ovvio e tedioso nel suo riprendere il nulla, il vuoto. È il capitolo in cui si fa sentire di più l'antispettacolarità, l'assenza di drammaturgia, di climax, di emozioni sostituite da analisi fredde e razionali, da una critica (a tratti banale) della borghesia nel capitalismo. Silenzio e fissità sono volute violenze sulla coscienza dello spettatore, che non ringrazia e che, ormai saturo, non si cura dell'ultimo primissimo piano su di una luce artificiale che rappresenta un sole in negativo, l'eclisse (visibile in Italia l’anno prima dell’uscita del film).

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