Drammatico

LE PASSEGGIATE AL CAMPO DI MARTE

Titolo OriginaleLe Promeneur du Champ de Mars
NazioneFrancia
Anno Produzione2004
Genere
  • 66773
Durata117'
Tratto dadal libro L'ultimo Mitterand di G.M. Benamou
Fotografia
Montaggio

TRAMA

Gli ultimi mille giorni di vita di François Mitterand.

RECENSIONI


Il film di Guediguian è da un lato opera su un uomo di potere, con tutte le suggestioni tragiche e teatrali legate a questo archetipo, dall’altro il ritratto crepuscolare, a volte impietoso a volte tenero, di un essere a nudo, debolezze e slanci, grandi intuizioni, piccolezze e amenità.
E’ piuttosto chiara l’intenzione del regista di evitare l’analisi dei fatti legati alla carriera pubblica di Mitterand per concentrarsi sull’attività politica tout court, vista in senso teorico, filosofico,astratto. Cosa lo abbia spinto a fare un film apparentemente così lontano dalle sue precedenti opere, Guédiguian l’ha spiegato molto bene in un’intervista a Liberazione: Mitterand ha reso credibile il sogno socialista per oltre un decennio, incarnando la reale possibilità del socialismo in Francia e in Europa proprio nel momento in cui questo entrava in crisi in tutto il mondo. Porre di nuovo, oggi, l'interrogativo di un'alternativa al capitalismo globale attraverso un personaggio storico mi è sembrato in linea con tutto quello che ho cercato di fare sino ad oggi.(…) L'estrema sinistra, in particolare i trotskisti, mi hanno rimproverato di non aver parlato della corruzione del potere, dei compromessi. Ma il mio Mitterand è un personaggio astratto, una sorta di re socialista nel momento della morte, ecco tutto. Non ho parlato di fatti concreti, di episodi, dichiarazioni, atteggiamenti. Gran parte della critica questo lo ha capito e anche la stampa di sinistra ha avuto un atteggiamento favorevole, perché si è resa conto che il film voleva soprattutto porre domande di sinistra alla sinistra.
E in effetti se nell’impianto, in certa staticità compiaciuta, il film è effettivamente distante dal resto della filmografia di questo autore - che non ha nessuna remora nel definirsi “regista comunista” - nel suo voler rilanciare la discussione a sinistra risulta coerentemente in linea con essa. Sicuramente un francese coglierebbe al volo la miriade di riferimenti contenuti nelle parole dei protagonisti, essendo inscindibilmente legati alla recente storia transalpina, così come ben altro rilievo assumono i riferimenti alla figlia del Presidente ricordando lo scandalo legato alla scoperta di una sua segreta paternità naturale, ma anche così la raffigurazione che emerge è di rara efficacia e pregnanza pur tra qualche eccesso letterario (la pesante voce off) che un po’ ne attenua la forza.
Le passeggiate, che si pregia della fotografia di Renato Berta in chiara chiave espressionista, è poi film su una dipendenza, su un rapporto squilibrato e complesso, anche se appare meno convincente il tentativo di rendere l’impatto che gli incontri periodici con Mitterand (un impagabile, a tratti somigliantissimo, Michel Bouquet) hanno sull’animo e la vita privata del giornalista: le crisi con la moglie, il nuovo legame amoroso, la paranoia di essere controllato, l’amore-odio nei confronti dello statista, sono elementi volti a ricostruire l’immagine intima e tormentata del giovane, speculare a quella pubblica del Presidente; peccato che tutto si risolva in accenni poco approfonditi quando non frettolosi e banali, tanto da far risultare questo ambito della pellicola quasi del tutto superfluo. Il film riesce benissimo, invece, quando disegna con tratto deciso, attraverso lo strumento della parola, un personaggio sfaccettato, acuto e intelligente ma altresì capriccioso e incline alla stravaganza, che anche di fronte alla morte non rinuncia alle armi dell’ironia.
Le sue parole sul monopolio e il deleterio potere del denaro, poi, rimangono come pietre e ci fanno pensare ad altre situazioni a noi più vicine, e a ben altri – ahinoi - presidenti possibili.


Prima e più ancora che il ritratto di uno dei più importanti uomini politici della storia transalpina, il film di Guédiguian è una meditazione severa, cupamente placida e nient’affatto rasserenata sul tramonto della vita. Mitterrand vive i suoi ultimi giorni all’Eliseo nell’assoluta consapevolezza della fine: lo scadere del mandato è parallelo al progredire del cancro. Come i sovrani della cattedrale di Chartres, il Presidente predispone la propria tomba e prova le gioie della sepoltura (l’enigmatica, bellissima scena nella chiesetta, accompagnata da un corale di Bach di cui un dialogo svela l’origine luttuosa), rifiutando di rispondere alle domande di Antoine, che sembra desideroso di conoscere la chimerica verità non tanto per comprendere, quanto per rinchiudere il suo interlocutore nella gabbia di un giudizio. Il sudario del Presidente, per quanto marmoreo, possiede le sfumature di quel grigio che connota una vita inafferrabile, ineffabile: come il Qualcuno pirandelliano trova nell’amore una parentesi al dolore dell’immobilità, il Mitterrand di Guédiguian ha nella reticenza un ultimo, inevitabilmente labile, sprazzo di esistenza. Il monumento (alla lettera: ammonimento) progettato da Antoine (che sostiene il primato della memoria sulla vita) rimane incompiuto ed è destinato a svanire, al pari di ogni cosa umana (il vagabondare del giornalista per i viali di Vichy). Nessuno può svelare il mistero dell’esistenza, che ama svanire così come è esistita, sola e indecifrabile.
Il film, puntiglioso e a tratti pedante, non cede mai alla didascalia: i giudizi (in senso stretto) politici restano in anticamera, la macchina da presa colloca in secondo piano i dialoghi, esplorando, calma e indiscreta, i luoghi (quasi tutti sotto il segno della precarietà e del disfacimento: la fabbrica distrutta, i vari cimiteri, la residenza presidenziale svuotata dal trasloco, la spiaggia immersa nella foschia pomeridiana), i corpi e i volti (straordinario Bouquet, cui fa riscontro un deliberatamente acerbo e anonimo Lespert), gli oggetti (l’inquadratura che indugia sulla scrivania del Presidente), narrando un’agonia disperata e bruciante, a tratti brillante nella propria lucida desolazione. Dopo una prima parte irreprensibile (da antologia il citato viaggio a Chartres e il tetro pranzo di compleanno), il film indugia senza troppa originalità (come nota giustamente Pacilio) sulla figura di Antoine, perdendo in vigore e compattezza, ma si riscatta con un epilogo di sospesa essenzialità, degno del De Oliveira di PAROLE E UTOPIA (altra biografia minuziosa e arbitraria, impreziosita dai sontuosi colori di Renato Berta).


Pare un’opera anomala nella filmografia operaia e marsigliese di Guédiguian, non solo per la sceneggiatura che non firma: in realtà, l’autore sposta solo il centro di interesse, per comprendere la realtà economico-politica del proprio paese, focalizzandosi sul personaggio di potere di espressione socialista che rende emblematica, anche, la scomparsa di un certo modo di fare/essere sinistra. E c’è anche tutta la sua poetica riconciliante (a differenza di Ken Loach) quando, ad esempio, fa dire alla bibliotecaria di Sarah Grappin che è da carogne, per quanto piaccia o meno il suo operato, accanirsi contro un uomo anziano e vicino alla morte. Un film troppo auto(franco)referenziale, senza fornitura di background (molti riferimenti a episodi e nomi della contingenza politica di Mitterand), baciato però dalla memorabile interpretazione di Michel Bouquet, di cui si subisce il fascino nell’ambiguità e per la statura del personaggio, alla stregua del giovane protagonista, alter ego del giornalista Georges - Marc Benamou dal cui libro-intervista al presidente la pellicola è tratta. Un Mitterand autocelebrativo, attraente, con misteri che resteranno tali, che rimane impresso nella memoria. L’opera ricorda Prigioniera di un Segreto di George Cukor nel tema del giornalista che, dell’uomo potente, vorrebbe conoscere la verità e l’aspetto umano, ricevendo in cambio solo passi “storici”.