Drammatico, Fantastico, Horror, Recensione

LAMB

Titolo OriginaleLamb
NazioneIslanda, Polonia, Svezia
Anno Produzione2021
Fotografia

TRAMA

In Islanda, una mandria di cavalli viene spaventata da un’entità sconosciuta che si introduce in un fienile. Successivamente, la contadina María e suo marito Ingvar restano scioccati nell’apprendere che una delle loro pecore ha dato alla luce un bizzarro ibrido di sesso femminile con testa e braccio destro da agnello…

RECENSIONI

“Chi sei? che cerchi in questi luoghi dove la tua specie era incognita?”
Giacomo Leopardi, Dialogo della natura e di un islandese

Altro che aurore boreali e fiordi, l’Islanda descritta da Lamb è una terra aspra, dominata da bufere, piogge torrenziali, banchi di nebbia, e da una solitudine che spinge ineluttabilmente al più profondo confronto con i propri demoni. In questo luogo ai confini del mondo Ingvar e Maria – una Noomi Rapace in stato di grazia – conducono una pacifica vita di campagna, seminando patate e allevando pecore. Una vita dunque fatta di lavori pesanti, ma contraccambiata, forse, dalla meraviglia della natura incontaminata che li cinge nella sua coltre, premiando la loro rispettosa cura. Cosa potrebbe andare storto? Ad esempio che nell’atto di far partorire uno dei propri animali (atto che ci è mostrato nella sua cruda poeticità, con espulsione del nascituro, cordone ombelicale, placenta e tutto il resto) nasca una strana creatura, con la testa di pecora e il corpo di bambina.
Si definisce così il contorno di quello che, sotto le spoglie di un film fatto di elementi fantastici e una certa paranormalità di fondo, è il racconto di un inemendabile, a tratti punitivo dolore, da cui sembra non emergere alcun barlume di speranza. Maria e Ingvar sono gente per bene, che già ha subìto la sofferenza di perdere una figlia, come ci conferma il Capitolo III (sebbene avessimo già avuto più di un indizio per intuirlo prima). Decidono dunque di fare la scelta al contempo più emancipata e più egoista possibile: accettare quanto gli è capitato, trattando la piccola Ada – questo il nome che le danno – non come un mostro, un orrendo criptide contronatura, bensì come un prodigio, un dono, una figlia. Avrebbero potuto, che ne so, avvertire il governo, ma sarebbe stato a quel punto un film brutto. Al contrario, quando il fratello di lui giunge verso la metà del film e scopre dell’esistenza della piccola, Maria è costretta a verbalizzare quanto sta succedendo, prendendone atto: Ada “è un nuovo inizio”, dice, sancendo definitivamente la doppia natura di Lamb.

Da un lato c’è il piano di immanenza, quello che accade, coi suoi tratti inevitabilmente fanta-horror. Dall’altro c’è invece la dimensione trascendente (il film è prodotto nientemeno che da Béla Tarr, oltre che da Rapace stessa), che chiama in causa la volontà di ricominciare, gli elementi di crasi fra umani e animali (forse quella che altrove si è chiamata “sfera umanimale”, cfr. Bertrand e Marrone 2019), temi quali il transfert psicologico (vediamo dalla tomba della figlia che essa aveva lo stesso nome dato poi alla creatura), l’essenza stessa della felicità in un contesto di vita così semplice da apparire a tratti una prigione, il rapporto con gli esseri piccoli (trabocca Lamb di quello che Lorenz chiamò Kindchenschema, ovvero il naturale istinto di protezione che si prova nei confronti dei cuccioli, non importa di quale specie, come dimostrano i vari “uuuh che carinoooh” sibilati in sala a ogni inquadratura di un agnello), naturalmente la maternità. Lo straordinario intrico di questioni emerge con tutta la delicatezza di un film a “lento rilascio”, autentica forma di slow cinema in salsa nordica, che non lesina però un certo più o meno marcato gradiente citazionista: inevitabile non trovarvi tracce di opere come The VVitch (Eggers 2015) nei primi piani minacciosi dei pecoroni; non pensare a Vivarium (Finnegan 2019), Madre! (Aronofsky 2017), alle covate cronenberghiane o ai babies polanskiani, di fronte agli istinti di genitorialità che travalicano una certa aberrazione del contesto di fondo; ancora non si possono non notare alcuni momenti criptici à la Midsommar (Aster 2019), come quando ad Ada viene messa la coroncina di fiori, o trattenersi dal rivedere il finale di Shining (Kubrick 1980) nella carrellata in avanti sulla fotografia con il gregge, in quella che è forse una delle più avvincenti re-interpretazioni del famoso passaggio kubrickiano.

Se banalmente tutti o quasi i film che si affollano nella mente durante la visione condividono tratti soprannaturali di qualche tipo, forse è più interessante che la vera isotopia sia quella di un programmatico bad ending. Questo in Lamb colpisce per via della sua crudeltà. Senza voler spoilerare (ma nel caso siate sensibili fermatevi qui), non ci si aspetti che tutto vada a finire bene. Maria e Ingvar sembrano semplicemente destinati a soffrire, e saranno puniti per aver tentato di opporsi a questo loro “anatema”, per di più contravvenendo a quella che pare essere una non scritta legge infranta nel momento in cui si sono presi carico di Ada, pur nata dalle loro mani. Nel film così si instilla il germe di un peccato, di una contravvenzione che viene corretta in un finale sì kitsch, ma in via definitiva per nulla stonato (forse solo un po’ didascalico, ecco) rispetto al tenore generale.
Dall’altra parte del mondo, non in Islanda, bensì dal di qua dello schermo, non si può che apprezzare – pur, per inciso, soffrendone a propria volta – un film la cui autentica, coraggiosa eversione sta proprio nel non voler essere a tutti i costi conciliante o consolatorio, in un panorama cinematografico spesso invece edificato su stolidi #andràtuttobene. Jaja, Ding Dong.