Drammatico

LA MIA VITA CON JOHN F. DONOVAN

Titolo OriginaleThe Death and Life of John F. Donovan
NazioneCanada, Gran Bretagna
Anno Produzione2018
Durata123'
Fotografia

TRAMA

Rupert Turner ha otto anni e una passione smisurata per John F. Donovan, star della televisione americana e supereroe sul grande schermo. Fan irriducibile, avvia con lui una corrispondenza regolare che nasconde a tutti, anche alla madre, giovane donna in ambasce che prova a ricostruirsi una vita.

RECENSIONI

XAVIER DONOVAN


Premessa
Difficile scrivere di questo film senza tenere conto delle vicissitudini che hanno preceduto la sua presentazione ufficiale (festival di Toronto 2018). Già in produzione ai tempi di È solo la fine del mondo (il primo annuncio risale al 2014), si propone come il progetto più ambizioso di un autore che, in forza della stima ottenuta anche dallo stardom hollywoodiano, riusciva a coinvolgere nell’operazione ben tre premi Oscar. Concluse le riprese (marzo 2017) cominciava l’odissea postproduttiva: tutti i possibili appuntamenti festivalieri (Cannes, Venezia, Toronto, New York, Berlino) venivano evitati. E mentre l’espunzione di un intero filone narrativo (quello che faceva capo al personaggio impersonato da Jessica Chastain, di cui già circolava il character poster), alimentava il sospetto di un Dolan tormentato, ecco l’invito ufficiale al festival di Cannes 2018. A cui, però, dopo un iniziale assenso, seguiva un nuovo rinvio e la scelta di concedere l’anteprima mondiale al Festival di Toronto: una presentazione quasi in sordina, un anno e mezzo dopo la fine delle riprese e con un nuovo lavoro alle soglie della postproduzione (Matthias & Maxime, il cui tournage stava per chiudersi). Faceva seguito una distribuzione diradata, non supportata e poco incisiva (in Italia la Lucky Red, dopo un primo annuncio, decide di posticipare la presentazione in sala alla fine di giugno 2019).
Tutto questo preambolo per dire - allargando lo sguardo sulla figura del regista e sulla sua produzione di questi anni - quanto quella di Xavier Dolan autore sia diventata una situazione anomala man mano che il tempo è passato e che gli allori si accumulavano. Perché raramente si è visto, da parte di critica e cinefilia, un tale accanimento nei confronti di un regista. Che il suo cinema possa non piacere è ovviamente legittimo, che ogni volta che un suo film esca ci sia da parte di molti addetti ai lavori un atteggiamento non sereno, se non addirittura livoroso, è indiscutibile. È del resto proprio in quest’ottica che si giustifica la decisione del canadese di declinare l’invito cannense: sul palcoscenico festivaliero più importante del mondo, quello che lo aveva scoperto alla tenera età di 19 anni e dove aveva già lamentato la presenza di fucili puntati, con un film meno forte degli altri sarebbe stato un bagno di sangue. Meglio giocare in casa, a Toronto, e lasciarsi definitivamente alle spalle questa prima avventura anglofona, una produzione da 35 milioni di dollari.


The Death & Life
A visione avvenuta che La mia vita con John F. Donovan abbia tutte le caratteristiche del film malato è innegabile: basterebbe la considerazione che la sua durata è di circa due ore, a fronte di un premontato che durava il doppio. D’altra parte analizzarlo solo nell’ottica della sua singolarità e della tormentata gestione della sua produzione rischia di crocifiggerlo a questa sola prospettiva, laddove il film vanta un’identità molto precisa e, soprattutto, coerente con il resto del corpus di opere del regista. A cominciare dal fatto che, come più o meno tutti i suoi film, presenta un’autobiografia sotto mentite spoglie. Lo scrivevo a proposito di Laurence Anyways: dopo i palesi camuffamenti di J’ai tué ma mère e Les amours imaginaires, quel film costituiva il primo vero memoir che, sorvolando sulla verità fattuale, la sublimava in un percorso emotivo. John F. Donovan si muove sulla stessa onda, trattandosi di un autoritratto romanzato, ma bifronte, scisso in due personaggi che in parte si rispecchiano l’uno nell’altro, in parte si implicano reciprocamente: se il primo (John) rappresenta la totale disfatta di un ideale esistenziale, il secondo (Rupert) ne costituisce la completa attuazione; ma il percorso di John, proprio perché fallimentare, rappresenterà per Rupert l’ammonimento che gli darà la forza per ottenere l’appagante realizzazione di sé: la corrispondenza con il suo eroe, infatti, gli infonderà il coraggio per affrontare lo sguardo giudicante degli altri. Per questo, quasi come omaggio dovuto, il giovane, dopo dieci anni, deciderà di pubblicare un libro con gli estratti delle lettere che John gli aveva scritto. E per questo, alla reporter che sminuisce la figura di Donovan - attore televisivo di effimera fama che, dieci anni dopo la sua morte, è una figura pressoché dimenticata -, Rupert replica «Non mi importa se quella che faceva era ridicolo o faceva schifo, qui si tratta di un uomo che ha salvato la vita di un bambino».
Mi spingerei a dire che John F. Donovan rappresenta l’inquietante
what if della vita di Rupert (/ Xavier Dolan): ciò che sarebbe accaduto se invece di reagire e irridere le critiche altrui, l’ostilità dei coetanei e le meschine prese in giro, il giovane prodigio avesse deciso di travestirsi e di dare al mondo quello che il mondo sembrava chiedergli.
Così Rupert - ragazzino pieno di talento che non ha di fronte a sé un semplice futuro, ma un destino -  riflette la parabola di Dolan per come si è effettivamente dipanata, mentre quella di John F. Donovan ne rappresenta la cupa narrazione alternativa. Opposti e complementari, i due personaggi sono sostanzialmente riconducibili a un’unica identità scissa in un bambino che idolatra e in un adulto che è idolatrato. E che si muove in bilico tra pubblico e privato, adolescenza e giovinezza, e in due dimensioni spaziali distinte. Non è un caso che i due non si incontrino mai: a mio avviso si vuole suggerire l’idea di un’esistenza unica vissuta in due universi narrativi alternativi e inconciliabili, due livelli che conducono a finali diversi e opposti, vere e proprie sliding doors: la morte in disgrazia e in solitudine di John, il successo nel lavoro e la felice storia d’amore omo di Rupert («Veniamo da pianeti diversi»).
Per questo il titolo originale è The Death & Life, e non il contrario, come sarebbe stato lecito aspettarsi: dalla morte di John (The Death) scaturisce la vita di Rupert (& Life).
E a ribadire che i personaggi vanno considerati come un’entità fondamentalmente unica c’è una scansione temporale che (come in Laurence Anyways) è segnata dal racconto fatto dal Rupert adulto in un’intervista: particolare importante, perché tutto quello che vediamo è messa in immagini di un solo punto di vista, il suo, che fa vivere in un perenne presente tutti i livelli temporali. Anche la parte che riguarda John promana dalle sue parole, tanto che almeno in due occasioni la giornalista gli domanda «Come lo hai saputo?» non ricevendo alcuna risposta. Quindi, esattamente come sta facendo Dolan con questo film, Rupert piega alle logiche di una simbolica dimostrazione la parabola esistenziale di John F. Donovan. Tanto da insinuare il dubbio che la corrispondenza possa essere davvero il frutto di una bugia che il bimbo ha portato avanti fino al punto di scriversi da solo quelle lettere che nessuno ha mai visto arrivare - e, del resto, John, alla notizia rimandata dai media sulla corrispondenza con un bambino, casca letteralmente dalle nuvole -.

Passion
È noto che Xavier Dolan a 8 anni, reduce dalla visione di Titanic, scrisse una lettera d’ammirazione a Leonardo Di Caprio. Quasi a sottolinearne il valore propedeutico, il regista l’ha condivisa in occasione della presentazione del film a Toronto. Cosa ci dice questa lettera? La stessa cosa che ci dice questo film, hollywoodiano e zeppo di star mica per caso (c’è anche Kathy Bates, che si può considerare una tacita citazione del film di Cameron): che quello che Rupert ammira di John è il traguardo che è riuscito a raggiungere svolgendo la sua professione; lui ama l’attore e quello che rappresenta: l’essere riuscito a dar voce alla sua vocazione e a imporsi nel suo lavoro. Perché è guardando John che il bambino ha compreso a cosa è predestinato. Non sorprenda, in quest’ottica - che racchiude il nucleo significativo del film -, l’apparizione quasi magica (direi coscientemente harrypotteriana) di Michael Gambon che sancisce, nel suo dialogo con John, il passaggio di testimone e il detour della sorte. Nel suo essere così palesemente fiabesca ribadisce, a mio avviso, il sospetto di una riscrittura romanzata della vita di Donovan da parte del giovane Rupert.
Se allora La mia vita con John F. Donovan è la storia di una passione, si riferisce a quella per un mestiere e per un’arte, un trasporto e un amore che il cinema “entusiasta” di Dolan riflettono da sempre. E quindi, più che mai, questo film è, per il canadese,  un’ode a se stesso («Lo stile è essere se stessi»).
Del resto, come non leggere in maniera autoriflessiva la battuta: «Nell’età in cui i ragazzi diventano uomini io sono diventato una celebrità»?

Jo(h)n
Una bugia di una parola sola
È la tua più affascinante storia

Una, la tua storia.
(Stop! Dimentica - Tiziano Ferro)

John è allora dipinto come un personaggio emblematico, attore due volte, sul set e nella vita: esemplare di come la macchina del successo e della fama può distruggerti e fagocitarti (il suo sguardo incorniciato nel frame dice tutto). E di come i propri fantasmi interiori, se non risolti, diventano minacce allo status raggiunto. A cominciare dalla sua cripto-omosessualità che diventa motivo sotterraneo dello stesso Hellsome High, il serial che interpreta: l’episodio in tv all’inizio (quello che determina la reazione isterica del piccolo Rupert), nel quale il protagonista impersonato da John sta per svelare un segreto alla madre (l’essere in possesso di un super potere) propone, ovviamente, un coming out sotto mentite spoglie (a rincarare la dose un reporter chiederà all’attore, relativamente al suo personaggio, se «nella nuova stagione i genitori di Adam lo accetteranno per quello che è»).
Così la storia di John è anche una storia di menzogne e apparenza, di una dimensione sentimentale e sessuale nascosta, confidata solo al fratello (il fatto che questi avalli il silenzio sottintende un’omofobia familiare di fondo). Una pulsione che laddove emergeva («Uno sguardo che rompe il silenzio/ uno sguardo ha detto ciò che penso») andava immediatamente repressa («Stop! Dimentica perché/ tutto il resto va da sé», come cantava il maestro [1]).
Qui il gioco di riflessi si fa palese anche nella scelta di far interpretare John a Kit Harington, noto soprattutto come star di un serial televisivo (Il trono di spade, in cui interpreta... Jon), e come attore belloccio e mediocre. La scelta è anche somatica, perché è innegabile che Harington impersoni Dolan, a cui è chiamato a somigliare (la scena in cui incontra la madre l’ultima volta ne replica un’acconciatura e si sovrappone a quella dello struggente addio di J’ai tué ma mère).

[1] È molto interessante questa modalità per la quale l’arte diventa il modo per dire implicitamente quelle cose che, in un modo esplicito, la tua posizione e la tua fama non ti permettono (o pensi non ti permettano) di affermare. Per questo gioco un po’ con i versi di Tiziano Ferro: molti di quelli scritti nell’epoca pre-coming out, prima della presa di posizione pubblica, riletti oggi rivelano trattare proprio della sua omosessualità vissuta in segreto e della sua difficoltà a svelarla.

Mommies
E a proposito di madri.
Sia Rupert che John, nella consueta assenza del padre, crescono all’ombra del personaggio chiave della filmografia dolaniana, la madre che viene uccisa mille volte e che mille volte torna a dominare l’esistenza del figlio. Impossibile non vedere in Susan Sarandon (alcolizzata & sentimentale, comprensiva & aggressiva, languida & pittoresca) la Anne Dorval di J’ai tué ma mère e Mommy. Impossibile non vedere negli sforzi di Natalie Portman, attrice frustrata, ma pronta ad assecondare il talento del pargolo, a capirlo e ad accompagnarlo nel suo cammino («Io sono quella donna noiosa e ottusa che verrà a proteggerti»), quelli della madre-in-seconda degli stessi film citati (Suzanne Clément). Come dire che i due referenti materni, quello distruttivo e quello costruttivo, stavolta camminano su piste parallele, sono narrativamente scissi, come scisso è il percorso dell’avatar dolaniano.
Così nel duplice opposto segno materno si determinano i destini di XD1 e XD2: l’addio implicito alla madre di John, prima di morire (overdose medicinale? suicidio?), la definitiva riconciliazione con la genitrice di Rupert che, con lei, sotto la pioggia, abbraccia anche la vita che desidera (ma la dedica del libro che trarrà dalle lettere di Donovan ci aveva già detto tutto fin dall’inizio: «In loving memory of my mother»).

Lo stile è essere se stessi
Messo così il film del regista canadese è una concettualizzazione delle sue ossessioni d’autore, una versione, ripulita nella maniera (meno debordante perché abbigliata da blockbuster e camuffata da dramma disneyano) e riformulata in via definitiva, di un cinema adolescenziale e post-adolescenziale dal quale prendere sontuoso congedo. In questo senso in JFD c’è-tutto-Dolan: la relazione tra una dimensione familiare affettuosa ma oppressiva e un mondo esterno che presenta opportunità e violenta esclusione; il cammino in bilico tra sogno e disillusione giovanile; gli amori impossibili; l’oscillare costante tra modelli contraddittori, ora protettivi/proiettivi ora ingombranti; il far muovere i personaggi in una dimensione temporale “mitica” e anacronistica (il telefono a gettoni, il registratore a cassette dell’intervistatrice sono fuori dal loro tempo), il valore evocativo delle canzoni e la pervasiva estetica da videoclip; l’addossarsi ai personaggi, caratteristica felicemente esasperata in È solo la fine del mondo, e che qui si esalta nello scrutare il volto degli attori, nell’enfatizzare i dettagli in macro.
E poi nel replicare un discorso che riguarda il regista nel suo attuale rapporto con pubblico e stampa: è evidente che il dialogo tra Rupert e la reporter, che lo tratta con iniziale sufficienza, esemplifica quello tra il Dolan e i suoi detrattori. Come quando la donna dice che, per quanto tenti di empatizzare, vede nella storia di Donovan solo una disgrazia del primo mondo e lui risponde che è assurdo che tu possa lamentarti «solo se hai avuto abbastanza merda nella vita».
Un film temerario e complesso che, con l’ultimo montaggio, sembra perdere elementi narrativi, oggi solo intuibili. La malattia di John (bipolarità? Si parla di litio) che determina la sua dipendenza dai medicinali (ne fa cenno la madre a un tratto, quando gli rinfaccia «le medicine, le fatture, i dottori, gli psicologi»), il suo matrimonio paravento con un’amica d’infanzia, la sua adolescenza di prodigio dell’hockey (di cui rimane una labile traccia nella scena finale in cui si entra per la prima volta nella sua cameretta, tra trofei e fotografie) che porta via con sé anche molte possibili decodifiche del carattere. È evidente, infatti, che John abbia un rapporto conflittuale col suo sé originale: nel momento in cui il ragazzo con cui ha una relazione clandestina gli dice di conoscerlo da quando era al liceo, John decide che non può portare avanti quella storia, come se omosessualità e radici non potessero in alcun modo convivere.
Ma al di là del racconto ellittico (per volontà o per accidente), non difetta al film la consueta potenza melodrammatica e la magistrale modulazione dei toni, con lo strategico innalzarli fino all’apice: mi riferisco alla lettura che la mamma di Rupert (Natalie Portman, strepitosa) fa del tema che il figlio le ha dedicato e che culmina nel momento bang! (c’è sempre un momento bang! nei film di Dolan) della corsa sotto la pioggia e della smielatissima Stand By Me nella versione di Florence + The Machine.
Un film sempre a un passo dal naufragio, chi lo nega, e pieno di buchi (affascinanti, perché ci obbligano a riempirli con le ipotesi), malato (lo ribadisco) nel senso truffauttiano del termine. Ma fondato su un’intuizione magnifica e girato meravigliosamente.
Come sempre quando si tratta di Dolan, molta critica stronca e gongola perché non pensa al film, ma solo ai conti che ha da regolare con se stessa.
Da parte mia il solito commento: avercene.