Commedia

LA GUERRA DEI ROSES

Titolo OriginaleThe War of the Roses
NazioneU.S.A.
Anno Produzione1989
Genere

TRAMA

Barbara e Oliver Rose formano la coppia perfetta: affascinanti, ricchi, innamorati. Ma l’amore finisce, e…

RECENSIONI


Un matrimonio iniziato come un’attrazione fatale (prologo mirabile per intelligenza, cattiveria e presagi funerei) si conclude nel nome del più inarrestabile grandguignol di stampo elisabettiano: la guerra, fratricida e sterile, delle Due Rose rivive attraverso l’aspra contesa divorziale di un marito yuppie, borioso e paternalista, e di una moglie frustrata, casalinga con comprensibili aspirazioni extradomestiche. Teatro di guerra: la splendida, barocca, innegabilmente kitsch magione (un’accozzaglia di stili, stilemi e ninnoli che non ha eguale neppure nelle migliori pagine di Gozzano) acquistata per essere il tempio dell’amore, destinata a rivelarsi il sepolcro – in ogni senso possibile – non soltanto di una relazione, ma del moderno concetto di amore romantico.
La storia dei signori Rose rispetta le tappe canoniche del rapporto sentimentale come ce lo descrivono poeti e sociologi: il colpo di fulmine (atmosfera autunnale, boudoir con lenzuola in disordine, corpi allacciati e luci soffuse), il matrimonio, le iniziali ristrettezze, le prime affermazioni socio – professionali, la consacrazione, attraverso l’acquisto della reggia dei sogni. Poi, improvvisamente (o quasi), qualcosa si guasta. Cade il velo di Maia che simulava la favola dei perfetti innamorati, vengono alla luce le tensioni sopite, le liti interrotte, l’insoddisfazione profonda di Barbara, costretta a un’esistenza ripetitiva da custode del sogno di felicità che ha costruito, e la ghignante insensibilità di Oliver, che vede nella moglie una dama di compagnia, non certo una persona con cui confrontarsi. Lo stereotipo dell’american way of life, esportato con grande successo in tutto il mondo, scricchiola dapprima impercettibilmente, si tinge di grottesco (i bimbi paffuti, precoci prede dell’obesità), rivela qualche crepa che, da semplice venatura farsesca (il litigio in camera da letto dopo la serata con i colleghi di lui, i contrasti per il nuovo lavoro di Barbara), si trasforma in frana.
Ciò che legava i coniugi era la corsa al successo, non lo sviluppo di un vero rapporto interpersonale: raggiunto il traguardo materiale, l’unica alternativa all’immobilità è, per la moglie, la rivendicazione di una propria autonomia, per il marito, l’esplicito rifiuto di trattare come un essere umano la “metà della sua anima”. Alla costruzione segue la distruzione, consapevole e sfrenata, di un intero sistema di valori, col quale deve crollare un edificio dall’equilibrio irrimediabilmente compromesso.
Punteggiata dai commenti acidi e disillusi di un avvocato amico di famiglia (lo stesso DeVito, tra il clown e il Coro che si rivolge ad un interlocutore perennemente muto), la vicenda degli sventurati amanti (di se stessi, e basta) è narrata con la forza e le invenzioni nere e deformanti di uno Shakespeare pulp (alla Tito Andronico, vedi la sorte degli animali domestici). Nessuna pietà, regia tesa, magnifiche interpretazioni (Turner e Douglas rileggono i propri stereotipi dimostrando di sapersi ridere addosso e contro), un finale solo in apparenza conciliatorio.