Drammatico

LA FORZA DEL PASSATO

NazioneItalia
Anno Produzione2002
Durata98'
Tratto dadal romanzo omonimo di Sandro Veronesi
Fotografia
Scenografia
Musiche

TRAMA

Gianni Orzan ha quarant’anni, è uno scrittore affermato di libri per bambini, è sposato e ha un figlio di otto anni. Da una settimana è morto suo padre, un generale dell’esercito con cui non è mai riuscito ad avere un rapporto sereno e che ritiene il principale responsabile di un’infanzia non felice. Una sera gli si avvicina Gianni Bogliasco, uno strano personaggio che sembra conoscere molto della sua vita privata.

RECENSIONI

Uno scrittore di libri per bambini scopre che il padre, che lui credeva fascista, era in realta' una spia del KGB. Il film di Piergiorgio Gay ha un grande difetto: cerca di affrancarsi dal minimalismo di tanto cinema italiano recente trovando un'idea interessante (l'ispirazione e' l'omonimo romanzo di Sandro Veronesi), ma fa ruotare tutto il film intorno a quell'unica idea. Lo stupore e l'incredulita' di Sergio Rubini (bravo e in parte) e la simpatia di Bruno Ganz non bastano a risollevare un copione privo di sorprese in cui la storia si dilata senza evolversi. Non c'e' infatti progressione drammatica, alla luce della shoccante rivelazione, nel tentativo da parte del protagonista di ricostruire il conflittuale rapporto che aveva con il padre. La sceneggiatura presupporrebbe una maturazione del protagonista e cerca di dare pepe alla storia introducendo qualche personaggio secondario, alcuni inutili inserti onirici con un bambino alter-ego letterario di Rubini e ipotizzando una crisi nel rapporto con la moglie. Ma questi ruoli si rivelano piu' un riempitivo che un ulteriore tassello nella crescita psicologica del protagonista. Poco aggiungono infatti l'occasione del tradimento con una donna conosciuta ad una conferenza letteraria (anche se il loro secondo incontro al bar e' orchestrato con sensibilita') e la confessione dell'infedelta' della moglie attraverso un monologo recitato da Sandra Ceccarelli nell'ennesimo ruolo di donna introversa, cupa, con occhiaie, di cui rischia di restare prigioniera. L'inconsueta ambientazione in una Trieste invernale ammanta la storia della necessaria malinconia e i Quintorigo offrono un originale commento musicale. Peccato non si esca dalla confezione garbata e dalle buone intenzioni.

In una Trieste convenientemente livida (non esistono lodi sufficienti per la prodigiosa fotografia di Luca Bigazzi), un uomo apparentemente sereno è alle prese coi fantasmi di un passato che non vuole passare. Il film, avvinghiato alle polverose convenzioni e stretto dai fastidiosi lacci del cinema “drammatico” italiano, riproduce con precisione persino ossessiva un simile conflitto.
Lo spunto di partenza (una rivelazione imprevista determina un tracollo delle certezze personali, professionali e sociali del protagonista) avrebbe potuto essere sviluppato in modo meno sciatto sotto il profilo del contenuto (troppe le digressioni superflue, dal tradimento confessato a quello sfiorato, e le inverosimiglianze, vedi l’agente segreto che corre non pochi rischi per riconciliare figlio e defunto padre) e, soprattutto, dal punto di vista stilistico. Il dramma doloroso e inconfessabile dello scrittore è risolto in una dimensione troppo plateale e decisamente forzata: Rubini si compiace di una recitazione nevrotica manieristica e gridata, quasi una parodia degli eccessi di alcuni personaggi di Nanni Moretti (abbondano le “tirate” sopra le righe, con tanto di sfoghi parossistici, ad esempio ai danni della questuante). I grotteschi furori di Gianni sono in ogni caso più sopportabili dei voli poetici, o presunti tali, della spia russa (l’elogio dell’odore del fritto) o della smaliziata e posticcia consapevolezza della bambina i cui genitori si stanno separando.
A dispetto della suggestiva ambientazione e del tentativo di stemperare la cupezza dell’insieme (soprattutto nei duetti fra Rubini e un soave Ganz), è difficile trovare un momento in cui i personaggi non cadano nelle trappole della letterarietà. Difficile, ma non impossibile: il volto di Valeria Moriconi, bocca della bugia pietosa, illumina la scena finale, ed è l’unica traccia visibile di quella vita familiare che Gianni rievoca nei propri verbosi monologhi e nelle banali allucinazioni incentrate sul piccolo eroe partorito dalla tastiera del computer (contrappunto analogo a quello rintracciabile in Luce Dei Miei Occhi di Giuseppe Piccioni). Se l’intero film avesse avuto la dolente concisione di quel primo piano, sarebbe stato un piccolo gioiello.