Drammatico

LA FOLIE ALMAYER

NazioneBelgio/ Francia
Anno Produzione2011
Durata130'

TRAMA

Il miraggio dell’oro e il destino di solidutine di Almayer, commerciante europeo. _x000D_

RECENSIONI


Per il suo ritorno al cinema narrativo dopo anni di video arte e installazioni, Chantal Akerman adatta il racconto di Joseph Conrad Almayer's Folly: a Story of an Eastern River, pubblicato nel 1895. L’autrice di La captive riduce all'osso il plot e si focalizza su pochi eventi dinamici (la partenza di Lingard e di Nina, il ritorno di quest’ultima, il nubifragio), depotenzia scientemente ogni possibile adesione empatetica in uno splendido prologo e sgombra il campo da derive liriche interrompendo l’iterato frammento del wagneriano Tristano e Isotta prima del pieno orchestrale.  Costruisce così un universo diegetico “straniato” più che estraneo, un mondo popolato di figure strette in un gioco relazionale fatto di opposizioni tipologiche, topologiche e recitative: dall'ipercaratterizzazione all'indeterminazione assoluta, dalla piana contemplazione della natura allo sconcertante frammento icastico.
La prima parte, più contemplativa e meno assertiva, si concentra sulla descrizione delle dinamiche interne al microcosmo occidentale e poggia su preterizioni e assenze (la piccola Nina è una presenza invisibile), facendo in questo modo affiorare le anomalie soggiacenti e già operando una messa ai margini delle questioni socioculturali. La verbalizzazione identitaria, ridotta ai minimi termini (bianco/nero), non ci convince e non è intenzione dell’autrice convincerci.
La vera opposizione su cui poggia il racconto emerge o è prodotta da un tagliente incrocio di sguardi più significativo di uno scambio dialogico, dallo stridente contrasto tra neutra declamazione e brutalità verbale, da una messa in scena che alterna frontalità e décadrage. Come già in Chocolat di Claire Denis, ne La Folie Almayer il centro nevralgico del conflitto vede collidere, più che le figure del colono e del colonizzatore, il mondo dei vivi e quello dei morti. La casa dell’occidentale, in particolare la veranda del titolo (la “follia Alamyer”), è lo spazio liminare che separa questi due mondi, la soglia che marca il confine tra il pieno e il vuoto, tra l’acqua (desiderio di fuga) e la terraferma (stasi, atarassia). E’ il luogo della follia: la terza via, quella dei sospesi, dei moribondi.