Drammatico, Polar, Poliziesco, Thriller

FRÈRES ENNEMIS

TRAMA

Cresciuti come fratelli, Manuel e Driss prendono strade opposte da adulti. Manuel diventa un criminale, Driss un poliziotto. Un apparente regolamento di conti li farà incontrare e avranno bisogno l’uno dell’altro per sopravvivere.

RECENSIONI

Come già nel precedente Loin des hommes, affresco storico immerso in atmosfere western mai distribuito in Italia, il film di genere sta stretto a David Oelhoffen. Il suo è infatti un cinema di contaminazioni. In questo caso thriller e polar si fondono al dramma familiare. I personaggi non sono mere pedine di un disegno più grande, ma sono essi stessi il disegno attorno a cui ruota la vicenda poliziesca. E le contaminazioni non si esauriscono nei generi di riferimento, ma abbracciano anche le differenti culture ed etnie messe in scena. La vicenda è infatti ambientata tra gli anonimi palazzoni di una banlieue parigina dove hanno imparato a convivere la comunità francese e quella magrebina. I due protagonisti sono cresciuti insieme per poi prendere strade agli antipodi, uno gestisce i traffici di droga per il boss locale, l’altro è un agente anti droga che proprio grazie al suo passato è risorsa importante perché in grado di conoscere l’ambiente dall’interno. L’aspetto più interessante del lungometraggio di Oelhoffen non è certo l’originalità del soggetto, il cinema poliziesco è pieno di coppie ben più bizzarre che si ritrovano quasi mai volentieri a dover collaborare allo stesso caso, ma il modo in cui il racconto viene condotto. La sceneggiatura dosa infatti con grande misura le informazioni da dare allo spettatore, tanto che il legame tra i due protagonisti è solo suggerito e verrà chiarito definitivamente solo nei titoli di coda.

Entrando in empatia con i personaggi, e lo script consente di farlo, diventa molto difficile decidere in modo netto da che parte stare. La verità, infatti, è sfumata, ragioni e torti si intrecciano e confondono ed è la messa in scena della natura umana e delle sue ragioni, non sempre allineate al buon senso e al quieto vivere, a prendere il sopravvento sulla risoluzione del mistero. Per giungere a questo risultato il regista si occupa lui stesso della sceneggiatura, calibrandola con molto equilibrio, e opta per un incedere viscerale che attraverso una macchina da presa mobile e manuale sta addosso ai personaggi e ne cattura, e trasmette, ansie e spaesamento. L’agguato che dà il via all’intrigo è condotto con un rigore e un ritmo da togliere il fiato. L’unico rischio, solo in parte circoscritto, è quello di confondersi con le tante vicende affini di provenienza televisiva. Trattasi però di un rischio trascurabile perché il plot nudo e crudo (che regge, va detto) è solo uno degli aspetti, non il più importante. Intorno e dentro al thriller si parla delle difficoltà di integrazione, si esce dai luoghi comuni sulle banlieue, ci si appassiona al confronto tra due caratteri iconici fedeli a un codice etico inviolabile, ci si immerge nella contemporaneità attraverso la regolarità delle geometrie in contrasto con il caos di chi le abita, si sonda il percorso di ricerca di identità dei personaggi. Tante cose per un film che in apparenza punta soprattutto all’intrattenimento. Perfetti i due protagonisti: Matthias Schoenaerts, uomo d’azione non privo di vulnerabilità, e Reda Kateb, uomo vulnerabile non privo di afflato action. Il fatto di essere in concorso al festival di Venezia lo ha premiato, dandogli meritata visibilità, ma anche penalizzato, rivestendolo di aspettative fuorvianti.