Thriller

KILLING ME SOFTLY

Titolo OriginaleKilling me softly
NazioneGran Bretagna
Anno Produzione2001
Genere
Durata95'
Sceneggiatura
Tratto dada “Dolce e crudele” di Nicci French
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Alice e Adam s’incontrano, s’innamorano pazzamente, si sposano. Ma l’uomo ha più di un segreto…

RECENSIONI

Nel corso dei primi trenta minuti del nuovo film di Chen Kaige, si teme che si tratti di un softcore come tanti altri. Dopo, lo si spera, ma invano.
Costruito secondo l’ormai obbligatoria struttura a flashback multipli, il film propone l’ennesima non-variazione sul tema dell’attrazione fatale con risvolti delittuosi. Nella prima parte, il regista dimostra gusto figurativo nell’accostare la passione lavica alla furia anaerobica dei ghiacci himalayani. Il problema è che manca tutto il resto.
Più che la logica del thriller (sia pure erotico), il film segue quella dell’hardcore: gli attori si muovono come robot difettosi, i dialoghi potrebbero gareggiare in stupidità con quelli di Beautiful (e perdere, proprio perché stupidi), le scene si succedono con l’unico scopo di arrivare ai “sospirati amplessi”, la solita accozzaglia di perversioni a misura di spot (sciarpe di seta a mo’ di amorose catene, corpi avvinghiati, il parquet come talamo). E quando si pensa che le cose non potrebbero andare peggio, si viene disingannati dalla tinta gialla che il racconto dovrebbe assumere.
A parte i buchi logici e le sommarie “caratterizzazioni” psicologiche, il ritmo è molto discontinuo: le sequenze si succedono frenetiche, ma la suspense resta un miraggio. Velleitarie e quindi fastidiose le tante, troppe citazioni da Hitchcock (“Rebecca”, “Il sospetto”, “Psycho”): le strizzate d’occhio non bastano a nobilitare un’opera(zione) del genere, intrisa di misoginia fino alla paranoia (cioè fino alla vetta incomparabile, almeno si spera, del finale, peraltro niente affatto sorprendente), recitata da manichini cristallizzati in una sola espressione (rispettivamente di stupore per la Graham e di cupidigia per Fiennes).
Interessanti, in film che fa professione di “libertà” in materia sessuale, il personaggio della giornalista (working girl colta e ricca, presumibilmente), che deplora, senza giri di parole, la propria sorte di zitella, e l’accento posto da Alice sullo scarso affetto ricevuto dai genitori: insomma, le donne siano disinibite, ma debitamente coniugate, perché soltanto nel matrimonio esiste la felicità. Un sottofondo moralistico costante, e alquanto deprimente.